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9.9.15

L'espatrio ai tempi che Berta filava (1)















Questi ultimi tempi parlo spesso con Serena, romana pure lei, trasferitasi dalla Caput Mundi all'Australia e da lì in Scozia. Lei è dove io vorrei essere e dove lei non vuole essere (perché se ne sarebbe rimasta felice fra i canguri) e così mi sento come l'onere e il dovere di farle amare la mia Scozia dell'anima e la bombardo di messaggi di cose da fare, da vedere, da comprare, da mangiare.

Lei dice piove e fa freddo e io, che sono appena tornata nel deserto spagnolo, sogno uomini in kilt, verdeverdeverde, superoffertone dei supermercati, tea time, grigio e poi quegli sprazzi di sole e quella luce scozzese che non l'ho mai vista altrove.

Parlando e raccontandole le mie peripezie in terra di Wallace, Serena un giorno mi fa: dovresti però scrivere queste storie di espatrio pre-internet.
Effettivamente all'epoca internet c'era, ma solo in biblioteca, i cellulari pesavano 'na quintalata ed era l'anno che Ryanair fece BOOM.

Il mio espatrio - come quello di tanti altri è quindi stato un'avventura un po' solitaria/lonely planet nella preparazione, piena di malintesi nello svolgimento, eppure con nostalgia ripenso a quelle prime sfide, a quelle prime scoperte.


Missione # 1 dell'espatriato non tecnologico

Altro che googlemaps! Toccava trovare un posto dove vendessero una mappa della città per poi potersi orientare nella ricerca di una casa. La prima sera, arrivata a Glasgow verso le 7 di sera, mi toccò prendere un taxi per arrivare in ostello. Ci ripenso ora, che a Glasgow ci ho vissuto e ci ritorno e ci ritorno, che ero a circa 3-4 minuti a piedi, ma chi lo sapeva?
Il giorno dopo, mentre con la mia compagna di avventura basca compravamo qualcosa nel tipico negozietto aperto 24h, il pakistano alla cassa vedendoci disperate, ci regalò un tuttocittàglaswegian, che qualcuno aveva dimenticato nel suo negozio. E cominciò l'avventura di cercare un appartamento.

Quel tuttocittà scozzese ce l'ho ancora, spiegazzato e con qualche strada sottolineata e tanti punti interrogativi. Perché gli appartamenti mica si cercavano su internet, noooo!
Bisognava comprarsi il giornale o guardare nelle vetrine dei newsagent's, in cui c'erano fogliettini scritti a mano dai proprietari o da gente che cercava coinquilini. La basca aveva insistito che attaccassimi noi cartelli ai pali della luce - cosa comune in Spagna -, ma in Scozia dopo mezzora già li avevano tolti.
E così noi scarpinavamo su e giù, segnando numeri e facendo telefonate dalle cabine.
Ma chi li capiva, 'sti scozzesi? (che poi erano tutti indiani, ma vabbè)

Episodio significativo - dopo un tira e molla di chiama tu, chiamo io, speriamo che non sia un altro indiano incomprensibile, infine telefonata:

- Buongiorno, mi chiamo Cecilia (pronunciato Sesilia). Chiamo per l'annuncio della casa, bla bla bla ... quando ci possiamo vedere bla bla bla ... siamo in questa zona qua ...
- Anche subito, fra 15 minuti, siete in zona ... l'indirizzo è SISAIL Street ...

Ecco, lui lo pronunciava così, e noi, ok, vabbè, ci vediamo lì, ora cerchiamo sul fedele tuttocittà.
Ha detto Sea Sile? Seaside? C - Sigh?
Cerca, cerca, sfoglia, sfoglia, 'sta via non la trovavamo.
Richiama tu, no, richiama tu.
E di nuovo, SISAIL, fammi lo spelling. Oddio, non ti capisco comunque.

Vi vengo a prendere, gli abbiamo fatto proprio pena, aspettatemi alla fermata taldeitali della metro.
Menomale che la metro di Glasgow è una linea sola e poche fermate, quella almeno l'avevamo capita.


Arriva Mr Bollywood, ci porta a vedere la casa.
Vabbè, la solita stamberga piena di muffa, con l'umidità che manco nella foresta amazzonica.
Però c'è il microonde - ci dice - vabbè, ci penseremo.

In realtà io non è che lo stessi molto ascoltando, perché pensavo solo a scoprire come cavolo si chiamasse 'sta benedetta via.  Scarpina scarpina fino alla fine della strada per beccare il cartello con il nome.

Indovinate un po' qual era?

...
...
...
...

Cecil Street.

Cioè, io mi ero presentata come Cecilia/Sesilia, glielo avevo mandato scritto in un sms, e questo il mio nome quindi come cavolo lo avrebbe pronunciato?

Mai neim is SISAILHEEA.

Che scritto così sembra pure un po' indiano.

5.9.15

Quando ero povera

Avevo quasi deciso di non scrivere nulla sulla Scozia, come se fosse stato un sogno - ahimé troppo breve - tutto mio. Di quelli che vuoi chiudere gli occhi e ricominciare dal punto in cui lo hai lasciato e invece no, quello dopo sei di nuovo in Spagna, di nuovo al lavoro e menomale che questa prima settimana di settembre è stata clemente e non fa caldo bolli-neurone.

Io non so più che fare con questa mia relazione clandestina con la Scozia. 
È una amore vecchio 13 anni ormai, nemmeno tanto furtivo e nemmeno tanto impossibile.
Sono io che tentenno, ho paura che tornandoci davvero forse non ci amere(m)mo più.

Invece 'sta Scozia bastarda mi frega tutte le volte. 
Pioverà tutti i giorni, dicevano le previsioni, ma proprio tutti tutti. 
Farà 10 gradi - e ora dove lo ficco un altro maglione nei 10kg Ryanair? 
Due impermeabili due mi sono portata.

Ecco, questa volta ci avevo pure sperato di odiarla un po'. 
Hanno rifatto l'aeroporto di Prestwick, lo hanno tirato a lucido. Hanno levato la moquette che stava là da chissà quanti anni. Prima quell'aeroporto aveva un odore. Il primo odore di Scozia per me, della prima volta che c'ero atterrata e non sapevo ancora che l'avrei amata. Di umidità, chiuso, vernice, adrenalina da viaggio, un po' di polvere. Che detto così fa schifo, ma per me era il mio Welcome Home a naso. Questa volta non c'era, brutto segno.

Poi pure Glasgow l'avevano rifatta (quasi) intera  per i Commonwealth Games, eliminando tanti edifici vecchi e decadenti, di quelli con il muschietto e il nerofumo che mi piacevano tanto. Tanti, ma non tutti. 

Però poi camminare per le strade, come una guida della mia vita che fu,  narrare ad alta voce mi ricorda quell'amore, quel senso di casa del mio cuore.

Quando ero povera
(leitmotiv del viaggio, perché Margherita, che mi accompagnava, ha l'età che avevo io quando vivevo a Glasgow, e allora ogni frase cominciava così, ricordando quella gioventù squattrinata e arrabattata)














Quando ero povera vivevamo in 5 in quel rudere di casa della foto in alto a sinistra. Era un appartamento per due, con il microbagno che toccava mettere un piede nella vasca per sedersi sulla tazza. E i mobili venivano raccattati un po' per strada e le mie lenzuola e coperte erano di un charity. Come la coperta di Linus, io ricordo una coperta giallo canarino, calda calda, che avevo comprato un giorno per coprire il divano sfondato marrone scuro. Mi abbracciava e mi riscaldava insieme alle infinite tazze di tè e io leggevo libri su libri, presi in biblioteca - perché mica avevamo internet a casa e dovevo andare in biblio a usarlo - , dopo una passeggiatina ai Botanic Gardens, a riscaldarmi nelle serre.














Quando ero povera non potevo permettermi tante gite, allora andavo nei posti economici (tipo il bellissimo e spesso vuoto Dumbarton Castle, il castello dalle mille scale), o gratis, per esempio a Loch Lomond, che gli stranieri lo snobbano e se ne vanno a Loch Ness. Invece io prendevo un bus urbano che ci metteva 1 ora e 45 ad arrivare, coi vetri appannati e la puzza di chips della gente che ci mangiava dentro. Se andava bene mi sedevo al secondo piano e guardavo il verde e gli occhi mi dicevano: non è vero che siamo ciecati, è che non ci va di stare davanti al computer.
Poi arrivavo alla spianata dell'ultima foto e gli occhi, a dire il vero un po' ciecati, mi facevano credere da lontano che un orso stesse correndo verso di me. E io che ero più ginnica all'epoca fuggivo scivolando sul prato, per poi essere raggiunta da un labrador nero.














Quando ero povera andavo sulle isolette a caso e mi perdevo.
Great Cumbrae, da girare tutta tutta a piedi, verde verde verde, nessuno nessuno nessuno. Sfidare il fiatone e la poca ginnicità e salire fin su in cima, da dove si vede tutto perché, miracolo, c'è il sole e sto addirittura in maglietta. Me la ricordavo invasa da fiori gialli in aprile, l'odore di vaniglia che rende iperattivi. La ritrovo silenziosa, bella da ogni angolo, a pensare di ritirarmi a fare l'eremita e prendere il ferry con le vecchiette per andare a fare la spesa a Largs.














Quando ero povera e andavo a piedi a scuola, facendomi tipo 20km al giorno, a volte me ne andavo a passeggiare al cimitero non lontano, e mi sentivo un po' Keats e la vita era poesia. Essendo vicino alla fabbrica della birra Tennents, mi intossicavo coi fumi dell'alcohol e tornavo a casa rintronata e felice.














A Glasgow c'è il  Museo delle Religioni, gratis come la maggior parte dei musei, e c'è il giardino zen, dove ci becca l'unico acquazzone del viaggio, proprio mentre esprimiamo i nostri desideri e li annodiamo con un laccio colorato all'albero della speranza. Forse era già nell'aria che in un futuro vicino vicino si sarebbero avvicinati temporali? Non so.

La Scozia questa volta mi parla per scalinate e arcobaleni , scalate e labirinti e alla fine mi sento davvero un po' persa.


31.1.15

La sorpresa

La sorpresa internazionale funziona così.
La settimana prima della sorpresa (in questo caso le tre settimane prima) lavori talmente tanto che esci di casa senza pettinarti, a volte con la maglia del pigiama sotto il maglione e con le occhiaie che hanno il fuso orario e ti cominciano a circunnavigare la faccia.

Sono ovviamente le settimane in cui c'è un sacco di lavoro, in cui manca il personale, in cui mandi il primo whatsapp all'altro collega coordinatore alle 5.30 di mattina, quando lui ti ha mandato l'ultimo all'1.
Sono le settimane in cui dall'Italia arriva il bollettino medico che ti fa venire le palpitazioni di notte e allora impari a fare il training autogeno manco dovessi partorirla sta sorpresa.

Ma un po' è davvero un parto, perché sebbene fino a 2 giorni prima tu non abbia ancora comprato il biglietto aereo, hai già scritto a capa e sottocapa per avere i giorni senza stipendio per tornare e corri come una trottola, perché forse ti dicono di no, ma magari ti dicono di sì, perché in fondo non è che vai a divertirti, ma a fare da traslocatrice, infermiera, psicologa, intrattenitrice e soprattutto figliapresentenelmomentodelbisogno.

Sono ovviamente le settimane che a lavoro si scatena il caos, e i non si sa, si può, non si può, su e giù, e io cerco di farmi buono il karma dicendo buongiorno, come stai oggi? a tutti i candidati che si presentano agli esami, che di solito sono un orco e quindi è un bello sforzo.

Poi ti dicono di sì, e allora ci sono biglietti da comprare durante esami da fare e correggere, persone da sostituire, e tocca anche mangiare zuppe bruciate perché mentre le riscaldi sei al telefono e ti dicono che devi riuscire per l'ennesima volta a portare quel documento che loro dovrebbero già avere e puzzi come un caprone per quanto hai sudato qua e là.

Sono notti che vorresti che passassero già, perché c'è ancora una firma da ottenere, altre telefonate da fare e mal di testa da schivare.

Perché la sorpresa, per essere tale, ha bisogno pure di complici da avvisare, storie da imbastire, alibi da creare.


La sorpresa non avrebbe invece bisogno di un'ora di ritardo del volo, che soqquadra il piano perfetto, gli orari, le strategie. Il santo telefono con internet ripermette di quadrare il cerchio, mentre bugie Pinocchiose fanno credere a mia mamma che sono tranquilla a casa a Murcia  a fare colazione o preparare il pranzo, io fra domande e risposte ho camminato fino alla stazione, ho preso il mio pullman, ho passato i controlli con la valigia carica di arance, limoni, cachi e patate lesse che erano la mia spesa per quei giorni che non sapevo ancora dove sarei stata. E sono al gate ad aspettare e a fremere quando il piano A salta per colpa del vento romano.

Ma nei giri e gironzolamenti e corse folli dei giorni precedenti ho pensato anche al piano B e corro trafelata in aeroporto, per batterli sul tempo, e un altro bus e una metro B come il piano B! ed essere infine davanti alla porta di casa mia, quando ancora non c'è nessuno.


Mi vede un vicino, seduta sulle scale, non ho le chiavi, e rubo internet dalla mia stessa casa, al di là della porta e aspetto, io che non ho pazienza, aspetto. Perché so che la sorpresa ha funzionato.


Li sento i miei che arrivano, perché sono caciaroni, li sento dal piano terra e mi nascondo dietro la porta dell'ascensore, come facevo con Aika tutte le volte. So che fanno i turni per salire e prima penso di aprire la porta dell'ascensore e fare BUUUUUU, poi ci ripenso, che ci manca giusto un infarto, meglio di no.

Così me ne rimango seduta sulle scale e lascio che sia la mia valigia accanto alla porta a dare il primo indizio. Macché, mamma la guarda, interdetta, è sulla nostra soglia eppure niente, non si gira, segno che la sorpresa è riuscita davvero, perché neppure davanti all'evidenza si rende conto che sono lì, a 3 passi, dietro la porta ancora aperta dell'ascensore.

Allora mi alzo, ma niente, se fossi una pazza omicida mia madre non avrebbe neppure l'attimo di panico, non mi vede. Finché non si gira per chiudere la porta dell'ascensore e allora lo vedo, quello che succede nelle inquadrature in primissimo piano dei film, come la pupilla fa ZOOM e il segnale dell'impossibile arriva al cervello.

Adrenalina, era quello che volevo. 
Scatta il gridolino e le dico zitta zitta, che anche mio padre che sta per salire si beccherà la sua dose.


E così infine siamo dentro casa e mio padre suona alla porta, apro che lui non sta guardando me, poi guarda su e di nuovo quelle pupille e quel sorriso.

E non so se a me piacciono le sorprese, però mi piace immaginarle e metterle in atto, perché poi ti scordi le corse, i giri, l'attesa, ti scordi il caos, gli appunti scritti sulle mani perché devi ancora fare questo, questo e questo prima di partire, e ti ricordi solo le pupille che fanno ZOOM e la botta di adrenalina che cura tutti i mali.

17.12.13

10 o 100000?

Raccogliendo l'invito di Valentina wonderwoman, che ieri ha scritto un post (questo) con le confessioni di una expat, ecco a voi anche il mio top ten dei miei terribili insulti all'italianità e all'umanità tutta comportamenti bohemienne da quando sono all'estero.

Ormai non vivo in Italia da secoli, e ripenso a Zia Fiorella che quando tornava in Italia dopo tanti anni in Canada non diceva più sugo al pomodoro, ma salsa di tomato, e a zia Fernanda, che dopo aver vissuto tanti anni in America parlava di basement stores, di scrap books e di altre cose che nessun altro capiva, finché negli Stati Uniti non ho cominciato a andarci (e poi viverci) io.

Dunque confesso, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa che:

1) Quando vivevo in Scozia mangiavo Spaghetti Hoops o Loops, che all'epoca costavano 8p (tipo 10 centesimi) e ora (li ho rivisti quando sono andata a Glasgow ne costano tipo 20) e ci ho fatto un pensierino. Riru, tu te li sei mai mangiati on a toastie?



2) Dato che vivo nel deserto spagnolo, il riscaldamento a casa non ce l'ho. Qua fa freddo solo un mesetto all'anno e allora mentre in inverno la mia mise è quella che avete già visto altrove e che ripropongo ...


3) ... in primavera mi capita di scordarmi di guardami i piedi prima di uscire e di andare in giro (e a lezione) così.


4) Soprattutto quando vivevo negli USA, in un'Università dove ero l'unica vera italiana, fingevo di aver comprato tutto il mio strepitoso guardaroba in qualche ganzissimo e costosissimo negozio italiano, quando invece erano cose comprate al mercato in Spagna,  a Portaportese a Roma e da Walmart, a due passi dal Campus. Eppure tutti mi dicevano che eleganza, che sexy, si vede che sei italiana. La rinomata giaccobesa risale a quei tempi.


5) anche io ho ceduto al fantomatico ananas sulla pizza e alle pizze surgelate. In Italia non le avevo mai mangiate, anzi secondo me neppure esistevano quando ancora vivevo nel bel Paese. Mi ricordo infatti esattamente il giorno (dicembre 2000) in cui ho comprato la mia prima pizza surgelata in Spagna e mi sono resa conto che non era così male. Ora fortunatamente la pizza surgelata non la mangio più, perché sono vegana, ma in realtà giusto l'altro giorno ne ho adocchiata una al negozio vegano, con dei bei pezzi di ananas sopra. Gnam gnam.

(Per me senza prosciutto, né formaggio, por favor)

6) Inventarsi storie romantico rocambolesche folcloristiche sull'origine dei cibi italiani è diventata per me un'arte. Quando a Granada lavoravo in un ristorante italiano, il dolce più caro che avevamo era il tiramisù e io per venderlo dicevo agli aitanti maschioni spagnoli che era il dolce che mangiavano i calciatori italiani e addirittura Rocco Siffredi (che in Spagna è parecchio famoso).

 7) Ho cominciato a spacciare per ricetta tipica qualsiasi piatto di pasta io prepari. Da un'italiana tutti si aspettano due cose: che sia tettona come Monica Bellucci e che sappia cucinare.
E così la pasta con le verdure a casaccio l'ho battezzata 'pasta qualsiasi' o in spagnolo 'pasta cualquiera' e quando qualcuno la vuole, me lo chiede così, me preparas una pasta cualquiera? Contemporaneamente mi sono però abituata a vedere la pasta galleggiare nelle pentole di casa altrui per 15-20 minuti e non battere ciglio di fronte a piatti di spaghetti collosi coperti di ketchup, o peggio, di tonno, formaggio scadente e uovo sodo a pezzetti e una spruzzatina di origano.

8) Ho cominciato a girare i supermercati di tutto il mondo - sì, sì, pure quando sono in vacanza - , e con occhio critico scrutare gli scaffali vicino agli assorbenti alla ricerca di sapone intimo. Che poi io all'estero non l'ho mai comprato, me lo sono sempre portato dall'Italia. E a parlare di bidet con altri italiani expat, come gli inglesi parlano del tempo.

9) Quando insegnavo italiano, io che in generale non ascolto musica e men che mai musica italiana, ai miei poveri studenti facevo ascoltare (in chiave didattica, sia detto) com'è bello far l'amore da Trieste in giù, Marco se n'è andato e non ritorna più e, tragedia delle tragedie, Anna viviamo di Marco Masini. Non contenta mentre ascoltavamo le canticchiavo pure.

10) Dulcis in fondo, da quando sono all'estero scrivo, e da due anni bloggo, e allora tutti i giorni, zitta zitta, butto un occhio alle stats del blog e vedo che proprio oggi e proprio questo post mi porterà alle 100000 visite e mi chiedo, ma chi sarà questa gente che legge tutte le baggianate che scrivo?

8.4.13

Sono nata a Roma

Sono nata a Roma e i primi dieci anni della mia vita li ho vissuti a Via Ostiense, in un palazzo davanti ai Mercati Generali che ora non ci sono più (http://www.romasparita.eu/foto-roma-sparita/33137/via-ostiense-mercati-generali-2).

Sono quindi anche romana.

E non perché saluto dicendo Bella Zí, bella Cí, bella Sé.
E non perché dico ma li morté, li mortanguerieri, mortacci stracci, ché a casa mia le parolacce erano e sono proibite e in presenza dei miei non posso neppure dire culo. (per altre variazioni dell'insulto-invocazione ai morti, leggete qui)
E non perché chiamo i miei fidanzati amò, tesò, sarciccia e pomodò.
E non perché io non usoi il congiuntivo nemmanco pe' sbajo.

Non dico Anvedi ó, je pesa er culo, te parcheggio 'na mano 'n faccia, te rivorto come 'n carzino (se vi interessano le colorite espressioni romane guardate qui).

Non mangio er panino colla porchetta (poverina!), la coda alla vaccinara, (né nessuna parte del quinto quarto, ovvero quel che rimaneva della povera mucca dopo che erano state vendute ai benestanti le parti pregiate. Del quinto quarto fanno parte la coda, la trippa, la pajata, il cuore, la milza, e tutte le frattaglie ... che solo a scriverle 'ste cose m'è venuto il vomito).
Non mi vado a prendere la grattachecca sul lungotevere, non conosco la Sora Lella e non guardo i film di Verdone (vabbè, ok, qualcuno l'ho visto).
Non porto gli occhiali da sole perenni e non ho mai girato in Vespino.
Non faccio le vasche per Via del Corso.

Non tifo la Maggica (Roma) anche se la preferisco alla Lazio e anche se il mio quartiere, la Garbatella, lo hanno dipinto di giallorosso nel 2001, quando la Roma ha vinto lo scudetto (un esempio qui)
Non canto Roma Capoccia, e Arrivederci Roma l'ho imparata solo quando l'ho fatta ascoltare ai miei alunni all'università.

Certo, odio un po' Milano e i milanesi (ma solo un po') e so' un po' coatta.
Ma non mi tingo i capelli di nerofumo, non porto i cerchi dorati giganti alle orecchie, non mi faccio la riga con la matita per gli occhi da sembrare una zoccolona Cleopatra.

Ma si capisce che sono di Roma perché perché perché, 
per addormentarmi ascolto questo.



Sí, ho provato ad ascoltare gli uccellini che fringuellano, o l'acqua che cade, le onde che lambiscono la riva e la musica ipnotica tibetana, ma niente come il dolce rumore delle macchine, dei motorini, delle ambulanze, dei clacson e dei mortacci tua e a fio' de na' mignotta (mamma, non ti arrabbiare per le parolacce, che intanto in questo video non si sentono) mi fanno addormentare come quando vivevo davanti ai mercati generali.
Ci manca solo la puzza soporifera dei tubi di scappamento.


21.9.12

13 anni di murcianità


Avrei dovuto scriverne ieri, ma non ce l'ho fatta (fra poco capirete perché).
Ieri ho festeggiato il mio tredicesimo anniversario di emigrazione definitiva.

Il 20 settembre 1999 infatti partii alla volta di Murcia per il mio anno erasmus.
E sono ancora qua (a parte le pause e tentativi di fuga in Scozia, Usa, Slovenia).

Come festeggereste (o avete festeggiato o festeggerete) voi il vostro tredicesimo anniversario all'estero?

La mia giornata ammazzata è andata così.
La sera prima era infine arrivata la mia nuova coinquilina, Andreja, slovena.
L'avevo aspettata fino a mezzanotte e poi ci eravamo un po' trattenute a chiacchierare.
Morale: a letto all'1 e sveglia alle 6.30.
Alle 8 doveva venire una collega a lasciarmi un piumino e dei vestiti che aveva in più in casa perché tutti sanno che io sono la regina del riusare, reciclare, e ridurre gli sprechi.

Poi per passare in modo allegro la mattinata sono andata a un processo (come parte lesa).
2 ore ad ascoltare burocratese, a vedere come gli avvocati si lanciavano frasi ad effetto manco giocassero a pallavolo con la vita della gente, ad osservare i trucchi e le strategie delle parti per convincere il giudice. Per ora niente di risolto, e non voglio neppure pensarci più di tanto, dato che la decisione non dipende da me.

Uscita dal tribunale di corsa di corsa, sotto il sole cocente di mezzogiorno, siamo dovute andare al Campus Universitario fuori città. Volevamo chiedere informazioni su un Master, le preiscrizioni scadevano oggi, ma solo ieri avevamo scoperto che oggi l'università era chiusa (per l'inaugurazione anno accedemico ... mai una volta che ci dicessero i giorni di vacanza in anticipo, per permetterci di organizzarci il fine settimana.

Erano già quasi le due quando sono tornata a Murcia e ho zoppicato fino a casa a cambiarmi e a pranzare. Avevo un certo fastidio alla caviglia ed ero esausta e disidratata, menomale però che avevo lasciato il pranzo pronto. Avrei dovuto scartabellare fra i miei documenti per portarne alcuni in ufficio e scannerizzarli, ma non ho avuto le forze.

Alle 3.30, sotto il solleone, di nuovo in marcia verso il lavoro. Era il pomeriggio della revisión de examenes, che è il giorno in cui gli alunni bocciati a qualche esame vengono a piangere, supplicare, arrabbiarsi, insultarti, cercare di regalarti un prosciutto, per essere promossi.
Questa revisión è una cosa che odio, perché ognuno ti racconta le sue piccole tragedie personali, e certo tu vorresti promuovere tutti, ma poi sono gli stessi alunni che confessano che hanno studiato solo un mese prima dell'esame, e riconoscono di non avere il livello di inglese richiesto.
Così a malincuore non abbiamo cambiato nessun voto, anche se per le tre persone che sono venute alla revisión ciò significherà non poter fare il Master de Profesorado, cioè prendere l'abilitazione per diventare professori.

(Questa poi è una questione di cui magari parlerò un'altra volta, ma sono davvero stufa stufa e arcistufa di sentire che tante, tantissime persone qui in Spagna vogliono dedicarsi alla carriera di maestri e professori per le vacanze, per l'orario e per lo stipendio ... menomale che la crisi ha implicato un ridimensionamento di tutti i punti precedenti, e così ciò che prima era davvero un affarone, spero presto diventerà una professione che si sceglie per vocazione e sincero interesse).

Per concludere in bellezza mi sono trascinata verso casa, ho mangiato i resti di frittata di patate senza uovo preparata due giorni fa, e mi sono accasciata sul letto. Pensavo che mi sarei addormentata subito, tutta vestita, senza nemmeno muovere i libri e le fotocopie ammucchiate sul letto.
E invece no, dopo mezzora di botto sono risorta per fare la mezzora di allenamento, farmi la doccia e infine farmi una bella bevuta.

Di succo di frutta.
Di kiwi, mela, melissa e valeriana.
Che si chiama zumo Off (succo Off).

E infatti dopo neppure mezzoretta ero off, nel mondo dei sogni.

Stanca proprio come il 20 settembre di 13 anni fa, quando arrivai a Murcia con due valigie per un totale di tipo 60 chili, dopo il volo e 7 ore di pullman da Madrid.

Sono 13 anni e oggi il fidanzato andaluso della nuova coinquilina slovena mi ha detto, sorpreso, che sembro proprio murciana. GLOM!

11.8.12

Sindrome del ritorno a casa

Se mi seguite lo sapete che ho la grazia e la femminilità di uno scaricatore di porto, o come dice mia madre, di un sacco di patate. Ultimamente definisce il mio stile da francescana, perché porto le Birkenstok, i pantaloni larghi, le magliette accollate pure queste larghe e lunghe.

Per capirci, il mio stile quotidiano è questo


(E questa che si vede nella foto è la Casa de los gatos, nel quartiere El Carmen, a Valencia.
Si tratta di un accesso per i gatti al giardino dietro il muro - credo - e qui trovate anche un altro po' di foto dei dettagli).

Sono a Roma da una settimana.
Sono giorni strani e non ho avuto molta voglia di scrivere.
A parte il caldo assassino (oggi 46°), quando sono a Roma devo fare i conti con la mia (ex) cameretta strapiena di cose, con un po' di apatia da città-natia e poi dedicare tempo alla mia famiglia.

E così in questi giorni ho aiutato zia Maria Lodovica (anni 88) a svuotare gli armadi e i cassetti della casa di sua sorella, zia Fernanda, che ci ha lasciati a gennaio a 92 anni.
Alcune foto le avevo già prese, e qualche ricordino.

La settimana scorsa ci siamo dedicate ad eliminare le cose senza importanza (vecchie riviste, calendari, pezzi di carta, medicinali scaduti ecc) e poi successivamente a decidere che vestiti sarebbero andati ai poveri, quali potevano essere usati da altri membri della famiglia, quali erano proprio da eliminare perché vecchi o rotti.

Non pensavo, nell'armadio di una zia novantaduenne, che io ho conosciuto quando aveva più di cinquantanni, di trovare qualcosa che io avrei potuto usare.

Per affetto e ricordo a febbraio avevo preso un maglione, di lana, di quelli da zia che ti porta a giocare ai giardinetti da piccola, che ti paga il gelato, che ti racconta le storie, che te le da tutte vinte e per cui sei sempre la più bella e la più intelligente, quella per cui si continua a crescere anche da adulti e ogni volta che mi vedeva mi diceva: ti sei fatta più alta.

Mi manca e mi vengono le lacrime mentre scrivo, a pensare che nel giro di 6 mesi se ne sono andate lei e nonna Margherita, anche se me le vedo già insieme adesso in qualche altra realtà, a mangiarsi i cioccolatini e i biscottini insieme e a parlare di noi.

E così oggi sono di nuovo andata nella sua casa vuota, a continuare a curiosare nei cassetti e scoprire pezzi di storia della mia famiglia.

Non mi immaginavo di trovare questo vestito:


C'era anche un cappottino blu con un'allacciatura particolare, un vestitino da adolescente stile cheerleader americana, e poi una camicia alla Mao Tse e una gonna signorina Rottermeier. E un altro vestito blu con cappotto, da occasioni speciali.

Io queste cose a zia Fernanda non le avevo mai viste addosso, perché da quando l'ho conosciuta io già era più cicciottella e portava le sue gonne di lana e i maglioncini o gilet fatti da lei. E i vestiti e le camicie larghi d'estate.

E mi piace pensare che queste cose non le ho trovate prima perché oggi, dopo 5 settimane di dieta, questi vestiti ritrovati mi entrano, e addirittura mi ci sento comoda, io che non compro mai niente da femmina.