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4.3.17

La mia missione 2017 (febbraio)

Ecco qua il resoconto delle mie attività di febbraio

1) Da 5 anni avevo in casa un bottiglione da 5 litri in cui generazioni di coinquilini di varie nazionalità avevano versato i loro resti di olio di fritture varie.
Io non friggo, ma so benissimo che un solo litro è in grado di formare una pellicola inquinante grande quanto un campo da calcio e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua (pari a circa la quantità consumata da un individuo in 14 anni). Inoltre intasa le tubature e causa problemi anche ai depuratori più sofisticati.

Finalmente, approfittando di una passeggiata, ho portato il boccione puzzolente e unto a un Ecopuntomovil, una sorta di camion che il Comune di Murcia mette a disposizione dei cittadini, in varie zone della città e in vari orari, così chi non ha la macchina e non può arrivare fino all' Ecopunto fisso, ha comunque la possibilità di smaltire rifiuti che non vanno nei cassonetti.

Ricordate che neanche quello delle scatolette di tonno o dei cibi sottolio va gettato nel lavandino. Spesso sento dire: ma è poco poco. Ed è sempre questa la logica sbagliata. Tanti poco sommati fanno un sacco di milioni.

Voi che ci fate con l'olio usato?

2) A Murcia quest'anno ha fatto parecchio freddo. Diluvio a dicembre, addirittura neve a gennaio. Così la fioritura degli alberi di arance decorativi (ma non potevano piantare aranci normali????) quest'anno è cominciata più tardi e ora ci ritroviamo con gli alberi carichi di arance amare che cominciano a cadere, ad essere pestate dalle macchine, prese a calci dai bambini, tirate dagli adolescenti.
Probabilmente la potatura era prevista per dicembre, ma non c'era frutta sugli alberi. Quindi magari ritardata e dimenticata. Attraverso la solita applicazione del Comune di Murcia ho mandato un avviso ed è già tutta la settimana che stanno procedendo a taglio e pulizia. È un peccato che queste arance non siano mangiabili, mi dicono per ragioni di igiene e di spessore delle radici. A quanto pare vengono usate come cibo per gli animali. Che bello sarebbe se le città avessero giardini con alberi da frutta pubblici, credo ci sia un progetto del genere negli Stati Uniti. Io quando ero piccola andavo con mio padre e mia sorella a raccogliere le ciliegie o susine all'EUR a Roma. 

3) Nel corso della sua vita fertile una donna usa in media 12000 assorbenti. A parte che ci sono sprovvedute che li buttano ancora nel water (e chissà dove pensano che vadano a finire - tampax, assorbenti, salvaslip, salviettine umide e qualsiasi altra cosa che non sia carta igienica devono essere gettati nel cestino, non nel wc), ma a parte questo poche si soffermano a pensare sulla quantità di residui - non riciclabili - che si producono solo per il fatto di avere il ciclo. Io da anni uso la coppetta, ma a volte per motivi vari non è la soluzione migliore. E allora per evitare gli assorbenti usa e getta infine ho trovato quelli lavabili. Cercavo una marca locale (perché voglio evitare quanto il più possibile le spedizioni e gli imballaggi) e assorbenti che fossero venduti sfusi, non in confezioni di plastica. Ed eccoli qua, di una marca spagnola (Aguas de Luna), trovati in un negozio vicino al lavoro. Lavabili, si asciugano velocissimamente. 
Sono comodi, forse funzionano meglio per chi non porta pantaloni bragaloni come i miei, perché nel mio caso si muovono un po', ma forse è anche farci l'abitudine. Esistono di vari formati, gradi di assorbenza, colori e fantasie. Sono anche abbastanza facili da autoprodurre se si sa cucire.





4) Dopo aver dedicato una domenica mattina a raccogliere tutte le bottiglie di plastica che trovavo sulla mia strada (in campagna), ne ho passata un'altra a raccogliere lattine. Due bustone intere, abbandonate fra i cespugli, lungo il fiume, accanto alle panchine. Vecchie e arruginite e nuove nuove appena buttate.
Ho cercato di raccoglierle facendomi notare, un paio di bimbi hanno chiesto ai genitori che facevo, altri mi hanno guardato e sorriso. Su facebook varie persone si sono offerte ad accompagnarmi nella mia prossima missione raccatta-mondezza. Fra l'altro a quanto pare queste lattine sarebbero anche rivendibili e forse non lontano da casa mia dovrebbe esserci un posto che le accetta. Vi aggiornerò.

5) Ho smesso di portare bottiglie di plastica al lavoro e ora ne riutilizzo due di vetro (di succhi di frutta grandi, da 1.5l e da 700ml) ricoperte con dei vecchi calzini, di quelli che arrivano all'altezza del ginocchio, per attutire gli urti. Ho una borraccia di alluminio, ma oltre a non essere il materiale migliore, l'acqua dopo un po' puzza. Il vetro è decisamente meglio.

Le bottiglie di plastica non andrebbero mai riempite di nuovo (la plastica comincia a deteriorarsi e ce la beviamo) e comprarne sempre di nuove è più costoso che il riempire l'acqua alla fontanella dell'università, oltre a essere uno spreco assurdo di risorse. Fra l'altro la plastica è un interferente endocrino e può causare svariati problemi ormonali. Siete disposti a mettere la comodità prima della salute?

Queste sono alcune delle mie azioni del mese di febbraio. Altre foto ed info le trovate qui su facebook.




9.1.17

La verità sul riciclaggio del vestiario

Per cominciare bene l'anno minimalista, ripubblico qui un articolo che avevo scritto per un altro progetto dato che per me il tema è quantomai attuale, soprattutto dopo gli eccessi consumisti natalizi (non miei, non più).

È da parecchio tempo che rifletto sul tema dei vestiti che non metto più.
Li scambio, li regalo, ma ce ne sono alcuni che sono davvero troppo rotti o troppo usati per recuperarli.
E penso: esisterà un centro di recupero e riciclaggio fibre tessili?

Ci penso e poi me ne scordo.
Oggi però sono incappata in questo articolo qui, che parla proprio di questo tema.
Il fashion veloce sta creando una crisi ambientale.

Avete partecipato alla campagna di H&M : La moda non merita di finire nei rifiuti?
Sarebbe un'ottima trovata, no? Porti nei loro negozi i tuoi vestiti usati di qualsiasi marca, in qualsiasi condizione. E loro ti danno un buono da spendere nei loro negozi. In teoria i vestiti così raccolti vengono riutilizzati, recuperati o addirittura usati per produrre energia.

Ma nell'articolo sopracitato un portavoce di H&M ammette che "Only 0.1 percent of all clothing collected by charities and take-back programs is recycled into new textile fiber" 
(solo lo 0.1 % dell'abbigliamento raccolto dalle organizzazioni benefiche e dai programmi di restituzione è reciclato in nuove fibre tessili)

0.1% ... cioè un capo ogni mille!

Che fine fanno gli altri 999 capi?

- Vanno alle discariche e producono, decomponendosi, metano e gas che causano l'effetto serra

I capi di vestiario non si trasformano in compost, perché a differenza degli scarti alimentari, le loro fibre sono state trattate, stampate, colorate, insomma hanno passato vari processi chimici.
Quelli fatti di fibre sintetiche, dunque anche parzialmente di plastica, ci metteranno centinaia di anni a decomporsi.

Allora, direte voi, meglio metterli nei contenitori di raccolta vestiti o darli alla Caritas o rivenderli a un negozietto di seconda mano. E mettersi a posto la coscienza, no?
NO!
Di questi capi di abbigliamento solo una minima parte finiranno a persone che davvero ne hanno bisogno o saranno effettivamente venduti per continuare il loro ciclo d'uso.

Una gran quantità di vestiario proveniente dai nostri Paesi ricchi, compattato in balle, verrà inviato in Africa, sommersa ormai da donazioni di abiti di pessima qualità, che invadono i mercati locali e sovvertono le economie locali, o in India, agli inceneritori che inquinano aria ed acqua. 



L'unica VERA soluzione è smettere di comprare. 
Ma come, e tutti gli operai e le commesse rimarranno allora senza lavoro mi ribattono. 
Beh, quello è un altro problema che deve essere affrontato a parte.
Non esiste solo l'economia del consumo di oggetti.
Non salviamo i bambini poveri dell'India comprando i prodotti del loro lavoro pagato pochi centesimi al mese.
Non si può vivere e lasciar vivere, chiudendo un occhio e accettando soluzioni provvisorie. Bisogna fare di meglio ogni giorno. E che ognuno pensi ai suoi se e i suoi ma, e cerchi risposte sensate.

Non possiamo mantenere un ciclo di consumo e distruzione se il riciclo virtuoso non esiste.
Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questa catastrofe, il nostro pianeta non è usa e getta, non possiamo comprarne un altro in saldo.

Scegliete capi che durino, che vi piacciano davvero, non comprate solo perché ci sono i saldi, perché intanto costa solo un euro, perché me lo metto quando dimagrisco.
Imparate a cucire, a modificare, ad abbinare.
Date un'occhiata a pagine come BUY ME ONCE (comprami una sola volta), che si stanno espandendo internazionalmente e  che garantiscono che i loro articoli dureranno davvero una vita. Come era all'epoca dei nostri nonni.

E non usate lo shopping come valvola di sfogo per frustrazioni e arrabbiature, come contentino, come ricompensa del fine settimana.
Coi soldi così risparmiati io viaggio, vado a mangiare fuori, compro prodotti alimentari di migliore qualità.
Insomma, l'economia continuerà a muoversi anche se DITE NO alla centesima maglietta delle solite marche.
Non è facile e certo non si può realizzare di botto, ma la prossima volta che sarete tentati di comprare uno straccetto di maglietta, pensateci due volte, valutate le alternative, informatevi, condividete informazioni.

(E se parlate inglese ascoltate questo)

28.9.16

COME AGGIUSTARE UN PORTATILE CON LA SCHERMATA NERA

SE SIETE ARRIVATI QUI CERCANDO SOLUZIONI AL PROBLEMA DELLA SCHERMATA NERA, LE TROVATE IN FONDO A QUESTO POST IN ROSSO. 

Oggi esulo dai miei soliti post di viaggi e lezioni, per condividere con voi un piccolo passo nella mia quotidiana battaglia contro il consumismo.

Il portatile HP da cui vi scrivo è vecchioooooo, ricevuto mi pare a gennaio 2008 o giù di lì. 
Mi ha dato dei problemi all'inizio perché non si connetteva a internet ed è improvvisamente morto, facendomi perdere un bel po' di cose (da lì in poi ho imparato a fare duplice copia di tutte le foto e materiali di lezione e a tenerle in due dischi rigidi esterni, lasciando il computer praticamente vuoto). In quel caso l'ho affidato a un amico di un amico che per non mi ricordo quanti euro me l'ha aggiustato.
Poi aveva smesso di funzionare l'audio. A quel punto ho deciso che volevo provarci io a risolvere il problema e con l'aiuto di alcuni video di youtube di un simpatico ecuadoriano in un'oretta funzionava di nuovo. 

Questa volta la cosa sembrava più grave, l'ho acceso di mattina e lo schermo era completamente nero. Le lucine varie lampeggiavano, ma la strategia accendi e spegni che tutti usiamo non aveva avuto nessun effetto. L'assistenza tecnica HP consigliava di attaccarlo a un altro schermo per vedere se il problema era il portatile in generale o proprio lo schermo e basta.

I più (amici interpellati su facebook) mi consigliavano la rottamazione.
Ho reso noto che io questo portatile non lo porto da nessuna parte. È il computer che uso da casa perché al lavoro uso quello che ho in classe e quando sono in viaggio ho l'ipad o il telefonino. Ho anche un altro portatile più piccolino, della fase viaggi pre-ipad. Quindi potrei benissimo sopravvivere anche senza questo rudere. Mi serve fondamentalmente solo perché ha lo schermo grande e io sono ciecata.
È comodo per preparare le programmazioni di classe e scrivere il blog, pubblicare foto su facebook, robetta. Prima ci vedevo anche serie televisive, ma ora le vedo dall'ipad.

Però mi scocciava darmi per vinta senza neppure provare a aggiustarlo (che il mio secondo cognome è McGyver, belli miei).  Così mi sono data una giornata di riflessione e di prove. 

Perché ormai siamo abituatissimi ad aggiornare i nostri dispositivi elettronici continuamente. 
Io ho appena comprato un nuovo cellulare, perché quello vecchio era lentissimo e perché anche la mia normale macchina fotografica stava perdendo colpi ormai. Lo uso tanto, era dunque necessario. Non avrei potuto aggiustare i due aggeggi vecchi per farli andare più veloci o migliorare le loro prestazioni.

Ma questo portatile no, è una comodità, non una necessità. 
E sarebbe stato un ulteriore materiale di scarto tecnologico superinquinante.

Verso sera, quando ci eravamo resi conto che non saremmo riusciti a svitare una delle viti perché era spanata e quindi non avremmo potuto vedere se il problema era colpa del ventilatore (che a volte sembra un elicottero), ecco il video illuminazione - è in spagnolo, ma in fondo a questo post vi ho scritto in italiano passo passo cosa dovete fare. Per aggiustare il portatile basta avere un ... PHON!!!



(Gracias, gracias, gracias autor del video! <3)

Dunque il mio consiglio spassionato è questo:
se vi si rompe qualcosa, prima di farvi prendere dall'ansia del buttare, comprare, sostituire, fatevi un giro su youtube. Pensate a come usate l'oggetto in questione. È davvero necessario? Potete farne a meno? Avete proprio bisogno di un oggetto nuovissimo, dell'ultimissimo modello? 
Io non mi vergogno affatto di avere un portatile che ha 8 anni e di averlo aggiustato. Ne sono anzi orgogliosa. Sono soldi e risorse risparmiate. 
Perché ogni oggetto è frutto del lavoro di qualcuno e dello sfruttamento di risorse della terra. Che è una sola!
Pensateci la prossima volta che vi si scassa qualcosa, o chiamate me!
Sfodererò il mio phon, et voilà, tutto risolto!

COME AGGIUSTARE UN PORTATILE CON LA SCHERMATA NERA
Questo magico rimedio funziona solo se la schermata è nera, ma sentite comunque rumore di ventilatore e si accendono le lucine che stanno accanto/intorno alla tastiera.

1) Togliete la batteria
2) Attaccate il portatile alla corrente
3) Accendetelo -> lo schermo sarà nero.
4) Prendete un asciugacapelli e dirigete il getto di aria calda sull'ENTRATA VIDEO (non dvd).
5) Continuate per circa un minuto, fino a che non è bello caldo, muovendo su e giù l'asciugacapelli.
6) Spegnete il portatile.
7) Staccatelo dalla corrente.
8) Premete per circa 1 minuto il pulsante di accensione.
9) Riattaccatelo alla corrente.
10) Accendetelo.

Dopo 20-30 secondi dovrebbe funzionare.
Probabilmente dovrete ripetere l'operazione ogni volta che volete usare il computer. 
Se dopo la phonata non si accende, coprite la tastiera con una maglietta o asciugamano (senza staccarlo dalla corrente), si riscalderà e si accenderà.
Oggi il mio si è acceso direttamente mentre lo stavo phonando, quindi al punto 5 ho smesso.
Non molto pratico per portatili realmente portatili, ma se come me lo usate come computer fisso ottimo.


14.1.15

Plastica NO # 2

Essere vegano molto spesso significa portarsi appresso qualcosa da mangiare, perché non si sa mai se si troverà qualcosa quando si è in giro.
Poi facendo la vita che faccio io, cioè lezione fino alle 8 di sera e poi spesso direttamente al cinema,  le mie cene una/due/tre ... volte a settimana si svolgono su comode poltrone rosse, davanti al grande schermo, circondata da spettatori interdetti. (Sì, a Murcia fanno entrare con gli zaini al cinema!)

Io non mangio popcorn da 4 anni mi pare (da quando una volta sotto le feste di Natale ne avevo mangiata una ciotola piena e mi si era gonfiata tutta la lingua), e ovviamente tanti altri cibi cinematografici sono off-limits: nachos con pseudoformaggio, hotdog di chissà che restidcarne, gelati di latte ormonato, insomma, preferisco portarmi la mia cena.

Mi muovo con lo zaino pieno di banane e mele sciolte e con tupperware contenenti un po' di tutto. Il mio cibo cinematografico preferito sono le patate lesse, con contorno di carote, olive, magari veganformaggio piccante. 
Giro sempre con scatole e contenitori di ... plastica. 
Che sono sempre le stesse, che non le ho neppure comprate io perché erano già in questa casa quando sono arrivata, o sono confezioni di qualcosa riciclate. Però, però, però ...

Da quando due anni fa avevo visto il film Lunchbox (questo qui) mi ero innamorata della storia (la poesia nei piccoli gesti, la vita che cambia, il coraggio di rischiare) e di un oggetto.
Il tiffin. 
Che altro non è che un portapranzo di metallo, a vari piani, che si usa molto in India e da quelle parti e ora anche nel Regno Unito (ne avevo già parlato qua). Io all'asilo mi portavo a scuola la mia bella pasta al sugo in un portapranzino di metallo, versione ridotta di un tiffin. Altro che plastica.

E ora, 30 anni più tardi, grazie a Margherita Dolcevita, che ascolta, ricorda e cerca e ricerca su internet, ho il mio tiffin anche io come regalo di Natale. Felicità! Penso che lo battezzerò addirittura, Phiffino, Fiffi, Tiffi, boh.

Forse sarà il caso che io inauguri un'altra rubrica, tipo Cena da Tiffin, per dare idee a chi come me si trova a pranzare e cenare vegano al sacco fuori casa.

Aggiungo che io non uso più i tovaglioli di carta, ma porto sempre appresso un tovagliolo di cotone vecchio stampo e anche posate - in questo caso plasticose comprate all'Ikea, che finché durano le userò.
Aggiungo anche che un Tiffin pesa certo più dei contenitori di plastica, quindi ci saranno giorni e momenti - tipo quando ci sono da fare a piedi gli 8.4km da casa al cinema - che forse non me lo porterò, ma lo userò ogni volta che posso, per diffondere la cultura Tiffin.


21.10.14

Un pugno nello stomaco

Ieri sono andata al cinema, non è una novità, ci vado quasi tutti i giorni, a casa non ho la TV e invece ho una bella tesserina per il cinema gratis.

Avevo visto il trailer del film e mi immaginavo la solita americanata buonista.
Con Reese Witherspoon, che io me la ricordo solo in commediole romatico-comiche.
Lei, donna disastro, trentenne zitellona, che si redime facendo l'eroina in Africa.

È strano come a volte montano i trailer e tu pensi che il film sarà questo questo e quest'altro e te ne vai al cinema tranquillo.

E poi entri trafelata, perché hai pure sbagliato sala e sei stata 10 minuti seduta altrove. Ti siedi, che ancora ridi per l'errore e BAM, mazzata.

Perché the GOOD LIE è così, nel titolo ti dice BUONO e ci credi, e ti ritrovi su una comoda poltrona ad essere presa a pugni nello stomaco.


http://en.wikipedia.org/wiki/The_Good_Lie

La storia è quella che tutti conosciamo e che teniamo buona buona e ben nascosta in un ripostiglio del cervello.
È l'Africa e le sue mille guerre e il mondo che se ne va in malora.

Perché ci siamo noi, qua, europei fortunati (non tutti, sia chiaro, che il mondo in malora è pure qua) da 3-5 pasti al giorno, e palestre, dieta, vestiti nuovi, e lamentele quotidiane sul capo rompi, i colleghi scansafatiche, i vicini rumorosi, i cani che abbaiano e il governo ladro.

E poi ci sono loro, là, come in un universo parallelo, dove un minuto stai giocando e ridendo e quello dopo hanno ammazzato tuo padre, tua madre e ...

Non voglio svelare la trama, ma non consiglio mai film e questo invece sì.
Forse perché a volte dimentico quanto sono fortunata, forse perché questo è l'inizio di qualcosa. Perché certe immagini mi sono rimaste negli occhi, là, appiccicate, e non se ne andranno.

E non sono le tipiche immagini da telegiornale, perché non è un film che si sofferma sui dettagli macabri e foto shock.
Si tratta di altro.

Sono fotogrammi di dolore intimo e di bellezza pura.

La bimba che fugge, ma rischia per raccogliere un recipiente, che servirà per mangiare, cucinare, bere. Noi in fuga cosa raccatteremmo? Un cellulare? Un computer?

I fratelli seduti che condividono il pranzo, come un rituale, senza TV di fondo, loro e la forza della loro unione.

Quelle magliette, resti di un'America ricca e donate ai poveri del mondo, in cui crescono, perché qua una maglietta dura un anno, là forse una vita.

Tenersi per mano.

Ringraziare.

Spazi condivisi che contrastano così tanto con questo mondo qua, fatto di porte chiuse e persone nascoste dietro schermi a socializzare a distanza.

Il tempo e la voglia di guardare le stelle.


Ecco, andate a vederlo.

13.9.14

La mia vita inscatolata

Beata teeee, che vacanze lunghe che ti sei fatta quest'anno - dicevano ieri e l'altroieri i miei colleghi, al mio ritorno al lavoro l'inferno (42º gradi a Murcia, just saying!).
Specifichiamo: a settembre io non ho ferie, quindi mi sono dovuta prendere una settimana senza stipendio e 3 giorni di permesso (ne abbiamo 5 all'anno).

Non mi bastava agosto? Non ero stanca dopo tre settimane di  avventure fra Spagna e Regno (forse prossimamente dis-)Unito? Non erano sufficienti un po' di giorni di tranquillità al paesino?

NOOOOO! Quest'estate ci siamo concessi anche un doppio trasloco.

Non miomio, cioè non in Spagna. Resto nell'appartamento di sempre, addirittura con le coinquiline di sempre (era da 3 anni che non succedeva). L'ammazzata è stata a Roma, perché dopo anni e anni di titubanze, ripensamenti, vorreimanonposso, scuse, temporeggiamenti, ecco, infine i miei genitori hanno deciso che era il momento di fare i fantomatici lavori a casa, nella speranza di godersi la pensione in un appartamento più moderno, più funzionale, più adatto alla loro vita senza figlie fra i piedi.

Però in quella casa io ho ancora tutte le mie cose pre-Spagna. 
Accumulate in 23 anni di vita a Roma e innumerevoli mesi passati negli USA, più tutti i viaggi in giro per il mondo. Sono quintali di roba.
E non scherzo. QUINTALI.
Dunque dovevo esserci.

Credo però che sia stata un'ottima terapia familiare.

Salve a tutti, siamo la famiglia Costantini, e siamo degli accumulatori.
Non mi ero mai resa conto che il fatto di essere un po' shopaholic e collezionatrice mi venisse di famiglia.
Siamo bravi a risparmiare e a trovare superoffertone, ma allo stesso tempo siamo una famiglia di immagazinatori. 

Vestiti, scarpe, borse, decorazioni, quaderni, agende, diari, librilibrlibrilibrilibri.
 Solo per muovere tutta la mia collezione di fumetti di Topolino e libri ci sono voluti non so più quanti scatoloni e quanti viaggi in macchina, trolley su e giù per le scale con l'ascensore e lividozzi su braccia e sugli stinchi.


Fumetti, libri, e la collezione di tazze ... con pause per provarmi vestiti che appartenevano a mia nonna.


Camicia da notte della bisnonna, foto dell'adolescenza, maschera di carnevale della terza (che ancora mi entra!) e quinta elementare, maglietta XXL della mia epoca rapper.


Ecco, leggevo robe sulle Harley Davidson, sui tatuaggi, e sugli impressionisti ... 

Svuotando ci sono stati momenti di crisi, di ansia e di profonda riflessione.
Io credo che, anche se ora soprattutto mia madre ancora non veda la lucina alla fine del tunnel, questo processo di inscatolamento e trasferimento della nostra vita ci abbia fatto bene.

Perché ci siamo resi conto di quante cose abbiamo ammassato nel corso degli anni, e di quante non ne usiamo, non ci ricordavamo, non ci piacciono neppure più.
Se mi seguite sapete che io da 3 anni a questa parte ho cominciato il mio cammino minimalista (anche se a vedere camera mia in Spagna non si direbbe, è ancora pienissima rispetto a quando vivevo in Slovenia con il contenuto di una valigia da 20kg e di un trolley da 10kg). E credo che ora anche i miei genitori seguiranno la mia strada.

Perché gli oggetti spesso si trasformano in una zavorra, sono lì a chiedere di essere spolverati, messi a posto, lavati, considerati. Ci ricordano i soldi che abbiamo speso - chissà perché un sacco di volte -, il tempo che non li usiamo, quanto occupano. Conquistano il nostro spazio vitale e lo rendono un percorso ad ostacoli.
Quando le cose prendono il sopravvento e la casa si trasforma in magazzino, è naturale provare ansia, senso di oppressione, soffocamento. 

Perché tutti quegli oggetti sono frutto del lavoro di qualcuno, e seppur inanimati contengono l'afflato vitale di chi li ha prodotti, di chi li ha inventati. Vogliono essere usati, apprezzati, consumati.

E quando se ne stanno lì fermi, dentro un armadio, su uno scaffale, in un angolo, sono il simbolo dell'ingiustizia del mondo, in cui io ho 30 borseborsettezainetti, e qualche bambino in India va a scuola portando i pochi quaderni che ha in una busta di plastica o in mano. Perché se io ho 15 giacche, altrove ci sarà qualcuno che ha freddo. E le 10 paia di scarpe che non uso potrebbero essere ai piedi di qualcuno che è scalzo.

Abituati al troppo ci circunnavighiamo intorno, perché abbiamo perso la mappa del senso di ciò che siamo, trasformati in ciò che abbiamo. 

E allora sono contenta di aver inscatolato la mia vita. Non so cosa uscirà da quelle scatole a dicembre quando ci sarà il trasloco di ritorno. Non so cosa tornerà ad abitare gli armadi, i pensili, gli scaffali. Per tutto il resto cercherò una nuova vita, vendendo, regalando, barattando.

Spero solo che questa esperienza ci trasformi in individui accumulatori di esperienze più che di oggetti.
Di cene fuori, di cucinare a casa, di passeggiate, di chiacchierate, di tè seduti comodi in salone quando sono a Roma. E non è che queste cose non si facciano, ma si potrebbe avere molto più tempo per se stessi senza il peso delle cose inutili.

Quindi coraggio a mamma e papà che sono rimasti a Roma, con il casino dei lavori e delle ultime cose da spostare. Ora sembra un incubo, ma poi sarà tutto più facile!

E se qualcuno è interessato a borse e vestiti vintage, libri, tazze, scarpe che batta un colpo. Venghino, signori, venghino, abbiamo di tutto da vendere!

 
 

2.9.14

Il sogno di mio nonno

Prendo appunti veloci (e pubblicherò al ritorno), perché non ho internet e in 3 giorni rischio di dimenticare tutto.

Tornare al paese, Borgo Cerreto di Spoleto, 100 anime o meno, 3 giorni di stacco dal caos di Roma.


Fotografo con gli occhi, sbatto le palpebre, clic clic, fotogrammi di un'altra vita.

Le lucertole che sgusciano via, ma se fai piano le becchi al sole, placide e beate.

Un paesano, che non mi vede da 100 anni, e parla a me, dirigendosi però a mio padre, la figlia si è raccolta i capelli dice ... Cosa significherà? Che arrivata alla fase crocchia sono ormai destinata alla zitellagine?

Rumore di moto, brum brum, e mamma corri alla finestra, cos'è un raduno?, perché qua magicamente scompare la città, e questo frastuono è novità, nel sabato del villaggio.

Rifiutarmi di usare i piatti di plastica, perché no, io in questa cucina voglio vivere una vita diversa, quella in cui non esiste l'usa e getta e non si vede il telegiornalepienodimorte a pranzo.

 

I ragazzini che corrono nei vicoli, i primi amori dell'adolescenza, e fanno tardi per cena e le nonne gli strillano, sorridendo.

2 libroni letti in 2 giorni e mezzo, fra una dormitina e l'altra e cadere in letargo di sera, subito dopo cena, a recuperare tutte le ore di sonno perse in viaggio.

Passare ore, ORE, ad accarezzare un gatto, e ripararlo dal temporale.


Tenere l'ipad spento. E capire che io, arrivata a questo punto, ci potrei pure vivere in un posto così, dove tutto è lentezza e silenzio.

Questo era il sogno di mio nonno.

Un sogno che lui non ha visto realizzarsi, perché è morto pochi giorni prima, 26 anni fa che mi sembra ieri e mi escono le stesse lacrime. Quel 23 giugno 1988 è finita la mia infanzia e la vita mi ha dato un grosso pugno in faccia, che a pensarci mi toglie ancora il respiro.

Mio nonno era uno sempre sempre allegro, riguardo le sue foto e ride sempre, pure sulle fototessere per la carta di identità o per la patente, e dopo quel pugno in faccia dalla vita 26 anni fa, solo ora comincio a capirli i suoi sorrisi e il suo sogno.

Questo ultimamente mi sembra un po' anche il mio di sogno, e accarezzo i mobili e mi aggrappo alla ringhiera, come fosse la sua mano.

Ecco, io credo che potrei pure farla questa salita tutti i giorni ...


... dormire in una stanzetta senza fronzoli ...


... mangiarmi le mele dell'orto ...


... gelare nel bagno gigante in inverno ...


Mi addormento di sasso dopo cena e sogno una vita con poche cose e tanti sorrisi.
















20.6.14

Questo porco mondo consumista

Lo sapete che sono minimalista.
Ormai non compro più niente.
Solo cibo e generi di prima necessità.

Ma gli oggetti, le cataste di libri, gli armadi e i cassetti straripanti di vestiti, i ninnoli e soprammobili pieni di polvere, no, no, no, non ce la faccio più.

Mi fanno venire l'ansia, mi fanno diventate apatica.
Come se mi dovessi caricare tutto 'sto peso di oggetti immobili sul groppone e me lo portassi sempre appresso.

Così da 3 anni circa è cominciata la mia missione sfoltimento.
Ho buttato appunti dell'università e del liceo.
Ho regalato magliette che a stare nell'armadio erano diventate tutte corte (o forse prima portavo pantaloni sottoascellari).
Ho fatto fuori e riciclato tantissime cose.
Ho venduto un po' di libri a conoscenti, un altropo' li ho ceduti ad amanti di SusannaTamaro e dell'autoaiuto (perché mia madre a Natale per un po' di anni mi regalava: come amare te stessa, come farti amare, addio core rimarrai zitella fattene una ragione).

A Murcia sto in un gruppo di baratto e ho scambiato oggetti per frutta e verdura, o altri oggetti di cui però avevo bisogno (cacciaviti, coppe per il gelato, insalatiere grandi ...)

Poi una mia ex alunna mi parla di un'application nuova, per telefonini ed ipad, per vendere cose di cui non si ha più bisogno, regali sbagliati o ricevuti da ex-amici, fidanzati, suocere ...

Comincio a smucinare nei cassetti e trovo robe così, di un'epoca in cui popolavo la mia stanza di candelle, robe indiane, incensi, e cose appese ovunque ... un gatto sonarello che mi sveglia sempre quando sto cercando di dormire la siesta ... Tarocchi delle mia fase mistico-fattucchiera ... Microgonne dell'epoca coscia soda ...

Continuo a smucinare e, sorpresa mi domando in che epoca della mia vita io possa aver comprato robe del genere. Fra la catasta di roba inutile (per me) sbucano fuori 4-5 tanga! Nuovi, nuovissimi, perché io porto solo mutande di cotone, né grandi né piccole, ma di certo non sexy. Insomma, credo che nella furia consumistica negli Usa, oltre a comprare 18 paia 18 di stivali scarpe sandali, 30-40 magliette, jeans su jeans e detuttodepiù, io debba aver arraffato pure 'sti fazzolettini (s)copripudenda, e mo' che ci faccio? Decido di provare a venderli, sono nuovi, sicuramente ci sarà qualche culettafelice con pochi soldi che sarà contentissima di sentirsi rebel di giorno e pizzo di sera.

Un nuovo messaggio.

Jose.

Vabbé, dai, molte Maria José si fanno chiamare José. La José.

No, è un lui.

Vabbè dai, sarà un adolescente timidone che vuole fare un regalino osé alla sua ragazzina pudica.

No.

José: sono nuovi i tanga?

Io: Certo. (Magari un po' fuori moda essendo del 2005, ma io non sono un'esperta di tanga)

José: e non è che me ne venderesti qualcuno usato?

Io: guarda, io non uso tanga, poi questi sono a 50 centesimi, mica a 5 euro, forse hai letto male.

José: no, proprio usato. Tu li usi, non li lavi e me li spedisci. 10€ l'uno.


...

E fu così che l'ingenua Cecilia, all'età di 38 anni, scoprì il favoloso mondo dei feticisti della mutanda usata.

Dopo Jose c'è stato Daniel, Miguel, R.P, ... E poi ho cominciato a cancellare i messaggi appena li ricevo. C'è chi chiede foto, chi chiede spedizione a casella postale, certi pure la raccomandata.

Io e Margherita avevamo anche avuto la tentazione di fondare un business di spedizione mutanda.
Prendere mutande anche nuove e metterle a mollo in acqua fredda in contenitore chiuso con i calzini di tutta la settimana, poi senza farle asciugare metterle subito in una bella busta di plastica per trattenere umidità e puzza e spedirle al felicissimo zozzone.
Idee imprenditoriali del nuovo millennio.

Ci siamo anche amaramente pentite di aver buttato le mutande sgommate lasciateci in ricordo dalla ex coinquilina. Sicuramente quelle valevano il loro peso in oro!

(S)PORCO CONSUMISMO

*una precisazione per tranquillizzare mia mamma: sti zozzi in cerca di mutande usate non hanno modo di trovarmi, contattarmi direttamente, non hanno i miei dati, non sanno chi sono, non mi faranno le poste sotto casa per rubarmi la mutanda. Tranquilla!

24.12.13

Una carrellata di oscenità

Sono a Roma, a casa dei miei, e nella mia vecchia camera cercavo cose da scambiare, perché ormai la mia vita come sapete si basa sul baratto, oggetti che non uso più in cambio di frutta e verdura o cose varie per la casa.

Forse succede a tutti gli expat, la loro cameretta rimane intonsa e a un certo punto, mettendo a posto a PasquaNataled'estatedipassaggio ci si ritrova con una serie spaventosa di oggetti oscenità, alcune ricevute in regalo, altre volontariamente comprate, altre raccattate qua e là per il mondo.

Se eruttasse un vulcano, stile Pompei, i posteri sotto le macerie della mia della mia stanza di adolescente troverebbero:

1) lo spermatozoo-alcolico, pratico contenitore di shot di alcool a piacere (originariamente Baileys) ricevuto in dono dalla mia amica Ceci, simbolo di notti all'insegna della follia. C'è da dire che il Baileys l'ho svuotato nel lavandino l'anno scorso, stagionato di 20 anni.


2) La canottiera con reggiseno con il ferretto incorporato, regalo di mamma negli anni '90. Mia madre all'epoca mi regalava pure i wonderbra, e io che ero una gran sisona, dovevo levare tutte le imbottiture, e non mi guardava più nessun maschio in faccia, dato che a quei tempi andavo in giro parecchio scollacciata.


3) Mutanda a vita alta. Semi contenitiva. Da abbinare a jeans a vita alta. Coscia lunga, tronco corto. Insomma, ero un mostro deforme.


4) Accozzaglia di libri, senza nessun ordine né coerenza. Io-leggevo-Paulo-Coelho. Ecco, l'ho detto. Ora 5 minuti di vergogna all'angoletto. Fra gli altri anche un'abbondanza di Susanna Tamaro, Isabel Allende e vari libri di autoaiuto che mia madre mi regalava, non so perché.


5) Collezioni tematiche: vanno per la maggiore quella delle cose gattose e quella delle cose paperose. Vasi, tazze, piatti, soprammobili, ninnoli, quaderni, libri. Io ho smesso di collezionare tanti anni fa, ma continuo a ricevere new entry che hanno invaso ogni angolo delle librerie. Miao miao, qua qua.


6) Gli occhiali che portavo alle medie. O-S-C-E-N-I. Poi uno si chiede perché non mi si filava nessuno. Menomale che poi è arrivato il wonderbra, così almeno non mi dovevano più guardare in faccia.


7) Spray al peperoncino, illegalissimo, che mia madre mi aveva infilato furtiva nel bagaglio a mano quando mi ero trasferita in Scozia nel 2002. A quei tempi nel bagaglio a mano ci si poteva ancora ficcare di tutto, acqua, creme, shampoo, coltelli, bombe farcite, bombe a mano.
Mai usato fortunatamente. Mamma ha detto che se non lo uso se lo mette lei in borsetta. Poi finisce che un giorno se lo spruzza come lacca.


8) Gadget regalo ottenuti grazie alla mia ventennale fedeltà a Topolino. Anche a quei tempi sapevo già che una bella bussola incorporata nell'orologio avrebbe fatto al caso mio, nella mia vita da expat.
Poi ora che ci penso è da un po' che non porto l'orologio, mi si è rotto, che dite, rispolvero questo modello?

9) Altro che cellulari, microfoni, internet. Ai miei tempi si scopiazzava dai fogliettini, dal compagno di mango, o dai manabili! Io questo me lo ero comprato per gli esami di maturità scientifica, non l'ho usato, perché ero una secchiona e non copiavo, ce lo avevo per tranquillità mentale.
Poi mi scrivevo pure le parole chiave sul bordo delle scarpe e sulle gambe, i vantaggi di non avere peli.


10) Io ero una brava bimba che non fumava, beveva o diceva parolacce.
Però i fine settimana bazzicavo per i centri sociali e rave, indossando questo capo trionfo del trash, che mi faceva passare inosservata. Ogni tanto, mentre ballavo, veniva qualcuno a chiedermi se avevo un bambi arcobaleno, o un unicorno viola, o un blue dream, o un red angel, e io ignorante non capivo che mi scambiavano puntualmente per una spacciatrice, e rispondevo che da piccola non mi avevano mai comprato neppure il mio mini pony.
Ecco, questo fantastico giubotto è in vendita o accetto in cambio un paio di camicie da notte felpatone, che non ho più l'età.
A scavare nei vostri armadi, voi che ci trovereste?

17.8.12

Tutti i Santi (dell'Umbria)

Se mi seguite lo sapete che ho la grazia e la femminilità di uno scaricatore di porto, o come dice mia madre, di un sacco di patate. Ultimamente definisce il mio stile da francescana, perché porto le Birkenstok, i pantaloni larghi, le magliette accollate pure queste larghe e lunghe.

Per capirci, il mio stile quotidiano è questo


(E questa che si vede nella foto è la Casa de los gatos, nel quartiere El Carmen, a Valencia.
Si tratta di un accesso per i gatti al giardino dietro il muro - credo - e qui trovate anche un altro po' di foto dei dettagli).

Sono a Roma da una settimana.
Sono giorni strani e non ho avuto molta voglia di scrivere.
A parte il caldo assassino (oggi 46°), quando sono a Roma devo fare i conti con la mia (ex) cameretta strapiena di cose, con un po' di apatia da città-natia e poi dedicare tempo alla mia famiglia.

E così in questi giorni ho aiutato zia Maria Lodovica (anni 88) a svuotare gli armadi e i cassetti della casa di sua sorella, zia Fernanda, che ci ha lasciati a gennaio a 92 anni.
Alcune foto le avevo già prese, e qualche ricordino.

La settimana scorsa ci siamo dedicate ad eliminare le cose senza importanza (vecchie riviste, calendari, pezzi di carta, medicinali scaduti ecc) e poi successivamente a decidere che vestiti sarebbero andati ai poveri, quali potevano essere usati da altri membri della famiglia, quali erano proprio da eliminare perché vecchi o rotti.

Non pensavo, nell'armadio di una zia novantaduenne, che io ho conosciuto quando aveva più di cinquantanni, di trovare qualcosa che io avrei potuto usare.

Per affetto e ricordo a febbraio avevo preso un maglione, di lana, di quelli da zia che ti porta a giocare ai giardinetti da piccola, che ti paga il gelato, che ti racconta le storie, che te le da tutte vinte e per cui sei sempre la più bella e la più intelligente, quella per cui si continua a crescere anche da adulti e ogni volta che mi vedeva mi diceva: ti sei fatta più alta.

Mi manca e mi vengono le lacrime mentre scrivo, a pensare che nel giro di 6 mesi se ne sono andate lei e nonna Margherita, anche se me le vedo già insieme adesso in qualche altra realtà, a mangiarsi i cioccolatini e i biscottini insieme e a parlare di noi.

E così oggi sono di nuovo andata nella sua casa vuota, a continuare a curiosare nei cassetti e scoprire pezzi di storia della mia famiglia.

Non mi immaginavo di trovare questo vestito:



Ora blogger mi fa incavolare di nuovo e mi dice che non ho più spazio per le foto, ma com'è?
Ma che sono cumulative le foto pubblicate su tutti i blog che uno ha avuto in passato?

Avrei anche altre foto da farvi vedere, di un cappottino blu con un'allacciatura particolare, un vestitino da adolescente stile cheerleader americana, e poi una camicia alla Mao Tse e una gonna signorina Rottermeier. E un altro vestito blu con cappotto, da occasioni speciali.

Io queste cose a zia Fernanda non le avevo mai viste addosso, perché da quando l'ho conosciuta io già era più cicciottella e portava le sue gonne di lana e i maglioncini o gilet fatti da lei. E i vestiti e le camicie larghi d'estate.

E mi piace pensare che queste cose non le ho trovate prima perché oggi, dopo 5 settimane di dieta, questi vestiti ritrovati mi entrano, e addirittura mi ci sento comoda, io che non compro mai niente da femmina.

11.8.12

Sindrome del ritorno a casa

Se mi seguite lo sapete che ho la grazia e la femminilità di uno scaricatore di porto, o come dice mia madre, di un sacco di patate. Ultimamente definisce il mio stile da francescana, perché porto le Birkenstok, i pantaloni larghi, le magliette accollate pure queste larghe e lunghe.

Per capirci, il mio stile quotidiano è questo


(E questa che si vede nella foto è la Casa de los gatos, nel quartiere El Carmen, a Valencia.
Si tratta di un accesso per i gatti al giardino dietro il muro - credo - e qui trovate anche un altro po' di foto dei dettagli).

Sono a Roma da una settimana.
Sono giorni strani e non ho avuto molta voglia di scrivere.
A parte il caldo assassino (oggi 46°), quando sono a Roma devo fare i conti con la mia (ex) cameretta strapiena di cose, con un po' di apatia da città-natia e poi dedicare tempo alla mia famiglia.

E così in questi giorni ho aiutato zia Maria Lodovica (anni 88) a svuotare gli armadi e i cassetti della casa di sua sorella, zia Fernanda, che ci ha lasciati a gennaio a 92 anni.
Alcune foto le avevo già prese, e qualche ricordino.

La settimana scorsa ci siamo dedicate ad eliminare le cose senza importanza (vecchie riviste, calendari, pezzi di carta, medicinali scaduti ecc) e poi successivamente a decidere che vestiti sarebbero andati ai poveri, quali potevano essere usati da altri membri della famiglia, quali erano proprio da eliminare perché vecchi o rotti.

Non pensavo, nell'armadio di una zia novantaduenne, che io ho conosciuto quando aveva più di cinquantanni, di trovare qualcosa che io avrei potuto usare.

Per affetto e ricordo a febbraio avevo preso un maglione, di lana, di quelli da zia che ti porta a giocare ai giardinetti da piccola, che ti paga il gelato, che ti racconta le storie, che te le da tutte vinte e per cui sei sempre la più bella e la più intelligente, quella per cui si continua a crescere anche da adulti e ogni volta che mi vedeva mi diceva: ti sei fatta più alta.

Mi manca e mi vengono le lacrime mentre scrivo, a pensare che nel giro di 6 mesi se ne sono andate lei e nonna Margherita, anche se me le vedo già insieme adesso in qualche altra realtà, a mangiarsi i cioccolatini e i biscottini insieme e a parlare di noi.

E così oggi sono di nuovo andata nella sua casa vuota, a continuare a curiosare nei cassetti e scoprire pezzi di storia della mia famiglia.

Non mi immaginavo di trovare questo vestito:


C'era anche un cappottino blu con un'allacciatura particolare, un vestitino da adolescente stile cheerleader americana, e poi una camicia alla Mao Tse e una gonna signorina Rottermeier. E un altro vestito blu con cappotto, da occasioni speciali.

Io queste cose a zia Fernanda non le avevo mai viste addosso, perché da quando l'ho conosciuta io già era più cicciottella e portava le sue gonne di lana e i maglioncini o gilet fatti da lei. E i vestiti e le camicie larghi d'estate.

E mi piace pensare che queste cose non le ho trovate prima perché oggi, dopo 5 settimane di dieta, questi vestiti ritrovati mi entrano, e addirittura mi ci sento comoda, io che non compro mai niente da femmina.

29.6.12

Maledetto consumismo

Ancora non so cosa ne sarà di me fra un mese.

Per ora ieri sera sono uscita che faceva 36 gradi alle 9 di sera.
Per ora stasera esco di nuovo con altri reduci dei 45 gradi durante il giorno.
Per ora domani devo andare a comprarmi un costume per andare al mare.
Per ora domani sera vado a prendermi l'ultimo gelato prima di cominciare la dieta.
Per ora anche senza volerlo sono dimagrita però già un chilo.
Per ora lunedì comincio a lavorare.
Per ora ho comprato il biglietto d'aereo per tornare a Roma, passando per Valencia, per il 30 luglio.

E prima di allora devo più o meno decidere - restare, cercare altrove, tornare in Italia, in Slovenia? -  e soprattutto fare i conti con un problema che mi ha accompagna già da un anno: le cose.

Che cose? Quelle che possiedo, o che forse mi possiedono.

Vivo in questa casa dal 2007.
Cinque anni di stratificazione di oggetti che negli ultimi 10 mesi non ho usato.
Eppure per loro ho dovuto pagare un affitto mensile per i 10 mesi che ho vissuto in Slovenia.
E loro, le cose,  questa zavorra, sono rimaste qua ad aspettarmi, stipate in una stanzetta  e in parte nell'armadio della mia ex stanza.
Che se resto qua ridiventerà mia.

Ma non voglio ricadere nell'errore di riempirla di cose inutili.

L'anno scorso all'improvviso sono diventata minimalista.
Ci pensavo da un po', da quando l'oppressione delle cose aveva cominciato a produrmi angoscia.

Poi me ne sono andata e ho vissuto per un anno con il contenuto di una valigia e un trolley.

Una liberazione.
Ne ho già parlato in lungo e in largo nel mio precedente diario.

Della mia liberazione, del fatto che in 10 mesi avessi comprato solo una canottiera, 2 paia di calzini, un apriscatole, mollette per stendere, una coperta (poi rivenduta) e un cuscino.

Poi sono tornata qua e loro mi aspettavano.
Quintali di libri e fotocopie.
Mucchi di vestiti e di scarpe.
Candele, penne, blocchetti, scatolette.
Uno scanner che non ho mai usato.
Una bici con una ruota a terra da 2 anni.
Collanine, orecchini, braccialetti, spillette.

SUPERFLUITÀ.

Loro lo sanno che io non gli voglio più bene.
No, non è neanche quello.
Loro lo sanno che non ho più bisogno di loro.
E mi guardano sconsolate, dagli scaffali, dall'armadio, dalla libreria.

È da quando sono tornata che le cose cantilenano giorno e notte.

Uffa, che noia, stiamo qua senza far niente.
Liberaci.
Regalaci.
Passaci a qualcuno che potrà usarci.
Però non ci buttare al secchio.

Sono talmente tante che non so da dove cominciare.
Perché non vorrei che finissero a prendere polvere su un altro scaffale, in un altro armadio, su un'altra libreria.

Però devo davvero liberarmene se voglio continuare a sentirmi leggera.