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27.9.17

Le parole sono pietre





Sono stata molto indecisa sullo scrivere o meno questo post, in molti mi hanno detto semplicemente 'ignora', 'non ci pensare', 'non ne vale la pena' e devo ammettere che non mi ha certo tolto il sonno, né ha influito minimamente sulla mia vita e sulle mie scelte.
Poi ho pensato che magari a qualcunA potrebbe succedere la stessa cosa e magari reagirebbe diversamente, chissà se mai cercherebbe risposte in rete, magari potrebbe finire qui, forse questo post potrebbe aiutarlA.

Parlo in femminile perché di sessismo, discriminazione basata sul genere sessuale, maschilismo o come lo volete chiamare. La sostanza è quella.

A luglio ho insegnato nei soliti corsi intensivi. A inizio della seconda settimana si è presentato un alunno (uomo cinquantenne, non un ragazzino) che non era venuto alle prime 20 ore di lezione. È arrivato abbastanza spavaldo, dicendo che comunque non gli interessava passare l'esame, che lui aveva già un certificato, che in sostanza veniva per ripassare. 
Le 2 settimane successive arrivava sempre tardi, se ne andava prima, ma ok, sapevo che lavorava e che probabilmente scappava dal lavoro per venire a inglese. Non lo vedevo ben integrato con il gruppo, ma pensavo fosse per il fatto che era arrivato a corso già iniziato, quando gli altri erano già molto affiatati. A volte succede, non interferiva comunque con la sua partecipazione in classe.

Alla fine ha tanto insistito per venire al pranzo di fine corso (in un ristorante vegano, come sempre; e ci tengo a precisare che non sono io che lo impongo, ma gli alunni che lo suggeriscono per provare qualcosa di nuovo), me lo sono ritrovato seduto accanto, ha decisamente monopolizzato la mia attenzione con domande a raffica, ma succede in tavolate, non fa niente. 

Mi ha chiesto pure il numero di telefono, perché diceva che al lavoro aveva bisogno di traduzioni ed io gentilmente ho rifiutato, perché non mi interessa lavorare di più, non ho la partita IVA fra l'altro. Ma altrettanto gentilmente gli avevo detto di scrivermi alla mail del lavoro e gli avrei passato dei contatti. Il giorno dopo l'ho incontrato per strada, ero con due colleghe, lui ha mostrato quasi l'intenzione di fermarsi a parlare con noi, ma non mi pareva il caso, gentilmente l'ho salutato, augurandogli buone vacanze.

Il giorno successivo la segretaria mi ha rinviato una mail, scritta da questo tizio, in risposta alla richiesta di completare un questionario anonimo sulla didattica ed opinioni sul corso in generale. Non ha ovviamente riempito il questionario, ma ha deciso di scrivere dei commenti su di me, che però anonimi non erano più, dato che ha semplicemente cliccato su rispondi alla mail. La segretaria, che mi conosce, ha pensato che io dovessi sapere che in giro c'era un soggetto simile.

Diceva in poche parole che non voleva parlare delle mie abilità didattiche, che su quelle non aveva nulla da dire ma che ... sono strana, che mi vesto sempre uguale, metteva quindi in dubbio il mio concetto di igiene personale e concludeva aggiungendo che non mi criticava mica perché fossi vegana femminista meglio un mondo senza uomini.
Il tutto scritto in modo sconclusionatissimo, senza punti né virgole, una cosa attaccata all'altra, così, come una frase detta di getto.

Quando l'ho letta ho pensato a uno scherzo. Io sono molto ironica, nelle mie classi gli alunni possono dare sfogo al loro senso dell'umorismo senza problemi. Accetto critiche, domande, condivido con loro tante esperienze e punti di vista.

Così ho deciso di rispondergli scherzosamente, consigliandogli link su veganismo e salute (avendo lui tanto elogiato il cibo vegano mangiato insieme al ristorante ed essendo lui medico, non potevano che interessargli), parlandogli di minimalismo e di anticonsumismo, del concetto di uniforme auspicato da tanti geniacci milionari (mi vesto sempre uguale e delle stesso stile/colore perché così non devo perdere tempo prezioso a scegliere/selezionare) e di quello di capsule wardrobe, ricordandogli che sebbene nella mente di alcuni lo stereotipo di donna possa includere un profumo di rose e fiori, esistono anche shampoo e bagnoschiuma inodori e suggerendogli anche dove comprarli. Ricordandogli gli effetti nefasti della plastica sulla salute, consigliandogli negozi dove comprare prodotti sfusi, senza sostanze chimiche.

Nella mail lo ringraziavo di avermi fatto fare due risate, dicendo ironicamente: a che persona sana di mente verrebbe mai l'idea barbina di rispondere a una mail sulla didattica parlando dell'aspetto fisico della tua prof?

Aggiungevo che non sapevo da dove aveva tirato fuori la storia del femminismo, perché parlo sì di tanti temi, ma il femminismo non è, anzi non ERA, un mio cavallo di battaglia. Gli dicevo di non preoccuparsi, che dato che lui si aspettava da me che fossi un'enciclopedia vivente, mi sarei di certo messa in paro, e che con sommo piacere ci saremmo potuti rivedere a settembre per discutere di temi vecchi e nuovi.
E mi raccomando che leggesse e si informasse anche lui, con tutti i bei link che gli avevo mandato per 'migliorare il suo inglese', perché sicuramente aveva scritto quella mail anche perché gli mancavamo io e i compagni, e soprattutto i compiti a casa, e io gentilmente gliene stavo mandando a bizzeffe.

Ci ho messo due ore a scrivere quella mail, che ovviamente non ha avuto risposta. Chissà, magari sta ancora facendosi una cultura.

Poi però ho realizzato che tanto uno scherzo non era, perché la mail era diretta - passando per la segretaria - alle mie cape. Con che fine non lo so, screditarmi, farmi fare una lavata di capo, boh, però ecco, non erano chiacchiere dal barbiere, erano insulti scritti e registrati nel sistema dell'Università. Ne ho parlato con dei colleghi, tutti scioccatissimi. Finché uno non mi ha consigliato di rivolvermi a La Unidad para la Igualdad, un'unità che abbiamo all'Università che si occupa di casi di sessismo e discriminazione. 

Perché effettivamente, pensandoci, quest'uomo è professore, da lui dipende anche la vita e il futuro di tanti studenti. Se si comporta così con una collega, chi ci garantisce che non bocci le sue alunne perché non si mettono il profumo, si vestono da maschiaccio e non gli danno il numero di telefono?

Ne è seguita una serie di mail e una riunione con la Vicerrettrice de Igualdad e una rappresentante de la Unidad para la Igualdad, 2 giorni fa. In cui ho scoperto che all'Università esiste un codice etico, che però non prevede sanzioni. Se quindi qualcuno decide di insultare un collega o un alunno si potrà procedere per via penale fuori dall'Università, ma l'Università non da supporto, né garanzie.

Ho scoperto anche che questo tizio, dopo aver mandato la mail demente, aveva fatto fagotto e abbandonato l'università, senza dare preavviso e quelli di Risorse Umane si erano ritrovati a dover cercare di sostituirlo in fretta e furia quando avevano scoperto che a settembre non sarebbe tornato. Sparito, chissà dove.

E mi chiedo come nel XXI un uomo che ha viaggiato, che è anche famoso nel suo campo, che ha un certo livello socio-economico-culturale, possa ancora pensare che può sminuire una donna criticando il suo aspetto, perché secondo lui non abbastanza donna? Perché questo tipo di scherzi si accettano? Perché vabbè, ma che vuoi che sia? Vabbè, ma che esagerata? 

E lasciando correre queste piccolezze, poi accettiamo situazioni ben peggiori, perché se l'è cercata, perché sono ragazzate, perché perché perché ... e le accettiamo all'Università, che dovrebbe propagare valore etici, di rispetto e di uguaglianza. Perché intanto che ci possiamo fare, perché meglio stare zitti, perché perché perché.

Io però quest'anno lo sapete che ho le mie missioni, e allora ci ho messo anche questa, quella di non lasciar correre e se non c'è nulla che ci protegga da attacchi gratuiti e insensati, dalla grettezza di persone che l'hanno sempre avuta vinta, allora magari bisognerà crearlo.   

Questo post lo stavo scrivendo ieri, quando mi è arrivata la terribile notizia della morte di Juan, mio collega e amico, che per anni ha lottato contro le ingiustizie di tante situazioni, su tantissimi fronti, finendo per essere sempre più vittima  di soprusi e cattiverie. Da lui ho imparato a non restarmene zitta e buona, a cercare sempre di fare del mio meglio per migliorare me - e il mondo in generale. 
Mi dispiace solo di non averglielo mai detto. E allora se qualcuno vi ispira ad essere migliori essere umani, diteglielo, ringraziate, fategli sapere che tutto quello che fa non è invano.
Combattete parole vuote e grette con positività e speranza.
 



20.6.17

Il verde perduto

Sono stata più di un'ora a guardare tutte le foto degli ultimi 6-7 anni, alla ricerca di un ricordo.
Possibile che in tutti questi anni che vivo a Murcia non io non abbia voluto catturare neppure una volta quell'immagine?
Forse succede così, i dettagli quotidiani, ciò che vediamo tutti i giorni, sono lì in un angolino del nostro cervello, ma non ci viene mai in mente che da un momento all'altro potrebbero non esserci.

Non ho una foto del mio fruttivendolo, né della strada che faccio a piedi tutti i giorni. Ho fotografato il ponte e il fiume che attraverso per andare in centro solo quando le abbondanti piogge di dicembre lo avevano quasi fatto esondare. O quando per il troppo caldo si era riempito di canneti e non si vedeva più l'acqua. Non ho foto della fontanella dove riempio la borraccia. Né dei merli che ogni mattina incontro, a fare colazione fra l'erbetta del giardino.

E non ho una foto del grande ficus che regalava fresco e ombra a una delle piazze principali di Murcia.
Dove ho cenato la prima sera, quasi 18 anni fa, al mio arrivo per l'erasmus. Dove ci sedevamo, ventenni, a scrivere bigliettini scemi su chi ci piaceva. Dove giocavamo a acchiapparella da grandi, perché in erasmus si torna ragazzini. Dove si finiva a prendere un gelato. Un punto di incontro. Per me il nucleo di questa città.

Una pagina web incontrata ora, nell'affanno della ricerca che a volte questo vuoto può provocare, mi racconta che il ficus veniva dall'Australia, era stato piantato nel 1893 ed era alto 30 metri.

Venerdì, forse per il grande caldo, 12 tonnellate di rami sono precipitate sulla piazza sottostante.
Questa volta, per fortuna, non ci sono state vittime. Nel 2000, proprio durante il mio erasmus, il crollo di uno dei rami aveva ucciso una persona e il ficus era stato circondato da una struttura metallica di protezione.

Video e foto dell'albero caduto hanno cominciato a circolare velocissimamente per whatsapp e facebook. Si vedeva la piazza invasa da rami e foglie e persone scavare fra il verde in cerca di feriti. Poi foto della polizia, pompieri e servizi di pulizia cittadina all'opera.

Chissà perché però mi aspettavo che avrebbero ripulito la piazza, messo in sicurezza il resto dell'albero e ...
Invece ieri, intenzionalmente, abbiamo sviato per passare per la piazza. Arrivandoci da un lato diverso, è stato scioccante. Sono rimasta là, con le lacrime agli occhi, come tante altre persone in piedi, imbambolate davanti al vuoto. Ridevo un secondo prima, ma sono rimasta senza parole. Era solo un albero in fondo e, spero, ricrescerà (sotto controllo più vigile).
Eppure quel verde che non c'è mi ha colpito come un pugno.

Gli alberi rimangono intatti se tu te ne vai. Ma tu no, qualora se ne vadano loro. (Markuu Envall)


12.6.17

La mia missione 2017 (maggio)

Questo mese parlavo della mia missione ad un'amica prendendo un caffè. Cerco di convincere tutti a scaricarsi l'applicazione TuMurcia per mandare avvisi al Comune su cose rotte, fuori posto, danneggiate ecc perché in fondo è stata creata per noi, ed è inutile lamentarsi quando poi - avendone la possibilità e il mezzo - non si fa nulla.

Appena lasciata l'amica, camminando verso casa, ecco la missione numero 1 del mese: una panchina rotta. Una delle stecche di legno era stata spezzata e non era più utilizzabile.
Inviato il messaggio al Comune, sono ripassata dopo 2 giorni ed era già aggiustata! Velocissimi!

Poi da un po' seguo la pagina facebook che si chiama Murcia Ciudad Sostenible (lì avevo scoperto che era possibile visitare il Centro Residui Solidi Urbani per vedere come vengono riciclati - se vi siete persi il post, era questo http://nonsipuotornareindietro.blogspot.com.es/2017/03/dal-secchio.html).
Ho notato che pubblicavano foto di spazzatura abbandonata accanto ai cassonetti (per pura sfaticatezza della gente, non perché fossero pieni) dicendo che avevano ricevuto un avviso ed avevano provveduto a mandare qualcuno a pulire. Così andando verso il lavoro, quando ho visto che qualche incivile aveva abbandonato un sacco di foglie e pezzi di palme sradicate, ho deciso di usare anche questo canale per avvisare e al ritorno dal lavoro, poche ore dopo era tutto pulito.


Certo però non dovrebbero essere loro a correre a pulire, ma noi cittadini a perdere 5-10 minuti del nostro tempo per buttare ogni cosa nel posto adeguato.

E rimanendo in tema smaltimento rifiuti, l'amica di cui parlavo all'inizio mi aveva dato un altro cellulare rotto, già inviato all'associazione che combatte contro la sindrome di San Filippo (http://www.movilsolidario.es/), il cui caricatore ho invece consegnato ai furgoni PuntoLimpio che periodicamente stazionano in varie zone della città per la raccolta dei residui non (facilmente) riciclabili.

La stessa amica mi ha dato anche vari cose di cui voleva liberarsi (auricolari vari di quelli che danno sui treni, bicchieri, un fodero per occhiali, un portapenne di legno) ed alcuni li ho tenuti per me, altri sono finiti nell'armadio book/objectcrossing, che in queste ultime settimane ha davvero preso il via e vede un'abbondantissima circolazione di libri e piccoli oggetti di tutti i tipi.

Io ho anche cominciato a raccogliere penne, pennarelli ed evidenziatori usati da inviare a http://www.terracycle.es/es . Come ben saprete, pur essendo di plastica, il materiale di cartoleria non è facilmente riciclabile, quindi questo programma è specialmente consigliato per scuole, università ed uffici dove si fa abbondante uso di questi materiali. Per ora ho cominciato nelle mie classi, ma prossimamente chiederò di mettere una scatola in ogni aula (anche se anche in questo caso la gente è un po' sfaticata - da noi all'università raccogliamo i tappi di plastica, c'è un grande scatolone al piano terra, ma mai che quelli del terzo piano dove mi trovo si prendessero la briga di togliere il tappo alle loro bottigliette e buttarlo nello scatolone - vabbè, lo faccio io).

Possono sembrare tutte azioni piccole, ma è proprio la somma dei nostri gesti quotidiani che contribuisce a migliorare o peggiorare l'ambiente in cui viviamo. E ci vuole così poco ...

E voi, che missioni avete realizzato il mese di maggio?

5.5.17

La mia missione 2017 (aprile)

Ad aprile sono stata in viaggio due settimane, ma quindi il mio spirito missionario l'ho portato con me in giro.

1) A Lisbona abbiamo cercato  di comprare il minimo di prodotti confezionati possibili. Nonostante tutto non ho potuto mantenere il mio standard (quasi) #zerowaste e allora ho deciso che potevo almeno cercare di riciclare. In ostelli e pensioni non sempre sono disponibili cestini per la raccolta differenziata, non avevamo un solo secchio in camera per tutto. Inoltre devo ammettere che a Lisbona non è proprio facilissimo trovare secchioni per la differenziata. Così ho raccolto tutto in una busta (alcune bottigliette di vetro di succhi di frutta, le bottiglie di plastica dell'acqua che ci davano al ristorante, quei 2-3 contenitori di plastica che proprio non siamo riusciti ad evitare) e mi sono portata la busta in giro l'ultimo giorno per smistare. Missione compiuta.

2) A Roma a casa dei miei ho ritrovato tutte queste buste e bustine che avevo conservato nel corso degli anni ... si vede che essere #zerowaste era proprio nel mio futuro. Molti #zerowasters comprano nuovi oggetti per adattarsi alla vita senza residui, io preferisco cercare di usare cose che già ho, o ottenerle con scambi ecc.
In questo caso è bastato rovistare nei cassetti e scatole ed ecco il mio armamentario per le compere sfuse, nel mio caso principalmente frutta secca e legumi.















Proprio sabato scorso per concludere bene il mese, ho deciso di fare una spesona il più possibile zerowaste o comunque di prodotti in pacchetti di carta o cartone o di vetro (i contenitori poi li riciclo per tenerci tutti i legumi, cereali, semini e frutta secca o per surgelare quando cucino - ormai una tradizione - grandi pentoloni di verdure al curry). Ho usato tutte le mie bustine, facendo il giro di vari negozi. 

I supermercati rendono la vita un po' più difficile perché le bilance non permettono di sottrarre la tara (o forse sí, ma sarebbe troppo complicato per loro) o per ragioni di igiene di usare i propri contenitori, quindi ho optato per la soluzione: uso bustine fine fine di plastica che ho in casa da secoli, peso i prodotti, pago e poi trasferisco il tutto nelle mie o direttamente nei contenitori. Stacco l'adesivo con il prezzo e conservo la bustina di plastica per riusarla. Un po' una rottura, ma io non compro quasi nulla al supermercato, quindi ...

3) Da piccola lo facevo già, all'improvviso me ne sono ricordata.
Che fare con i mozziconi di matita? Beh, quando avevo 8-9 anni li rompevo con i denti e usavo la mina in un portamine in cui entrano le mine grosse. Anche questo conservato per anni e ritrovato in un cassetto. Ora non uso più il metodo 'spacca coi denti', ma un coltello e un martello.
Molti mi dicono: ma perché non compri un portamine normale con le mine fine?
In primo luogo non amo le mine fine, in secondo luogo le mine vengono sempre vendute in piccoli contenitori di plastica che spesso non è riciclabile.
E fra l'altro ho una scatola piena di mozziconi di matite e colori raccolti negli anni, ora comincerò a consumarli! 















4) Credo di aver detto altrove che raccolgo tappi di plastica e metallo, bottiglie e flaconi di plastica e lattine e barattoli per donarli a una onlus che poi li rivende a aziende che si dedicano al riciclaggio di materiali. Però non ero mai stata a vedere dove/come questa onlus conservasse e organizzasse tutti questi materiali.

Purtroppo l'esperienza è stata scioccante. Non ci sono abbastanza volontari che si dedichino alla separazione dei materiali (perché purtroppo chi li dona li consegna spesso tutti mischiati) e non ci sono forse regole molto precise. Ho passato dunque varie ore sotto il sole a selezionare, eliminare cose non riciclabili (saprete bene che non tutti i tipi di plastica lo sono!), dividere ... e vorrei che la mia prossima missione grande fosse riuscire a collaborare di più in questo progetto che unirebbe il riciclaggio alla beneficenza. Vi dirò di più nei prossimi mesi.

2.4.17

La mia missione 2017 (marzo)

Continuo con la mia vita missionaria anche questo mese ...

1) Ho salvato libri dalla mondezza! 
Quando sono in giro butto sempre un'occhio alla zona cassonetti. Ho recuperato una comodissima poltrona che abbiamo a casa, un mobile e una sedia che ho venduto, dei giocattoli ...
Questa volta è toccato a una trentina di libri! Abbandonati insieme a un'infinità di altri oggetti (sembrava, che tristezza, lo svuotamento della casa di una nonna ... c'erano addirittura foto di famiglia). Li ho portati allo scaffale bookcrossing che ho istallato al lavoro.


Le stazioni, gli  aeroporti, gli ospedali, i supermercati, le università, le scuole, tutti i luoghi pubblici insomma, dovrebbero avere un armadio o scaffale di bookcrossing.Se ancora non sai cos'è, dai un'occhiata qui.

2) Ho donato un cellulare vecchio. In Spagna c'è l'associazione Stop Sanfilippo y Acción Contra el Hambre  che li raccoglie, ma sono sicura che in giro per il mondo ce ne saranno altrettante simili. È il terzo che mando, ora stamperò un cartello da mettere in classe, così se qualcuno è troppo pigro o non ha tempo di spedirlo, ci penserò io. Oltre ad essere un'azione solidale, si evita che i cellulari - altamente inquinanti - finiscano nei normali cassonetti. (Io non sono di quelle che comprano sempre l'ultimo modello, ho uno smartphone buono, che uso anche come macchina fotografica, e mi durerà - spero - molto a lungo).

3) Qualche settimana fa avevo scritto al Comune attraverso la solita applicazione TuMurcia, per avvisare che c'erano delle mattonelle del marciapiede e un pezzo di bordo che si erano staccati. Poi mi ero scordata di controllare se effettivamente fosse stato aggiustato e sì, ci sono passata questa settimana 

















4) Ho visitato il Centro per il trattamento dei rifiuti solidi urbani di cui vi ho parlato qui

5) Ho fatto (e continuo a fare) da magazzino per donazioni per mercatini organizzati da rifugio e santuari per animali. Da casa mia sono passate bustone di vestiti (occhio a chi li donate, è sempre preferibile la donazione per la vendita diretta di seconda mano in mercatini organizzati in modo occasionale, piuttosto che i contenitori o le promozioni fasulle di catene come H&M, leggetevi questo altro post che avevo scritto a proposito qui) e anche scatoloni di libri che ho smistato fra destinati al bookcrossing e vendibili tramite la applicazione wallapop da me direttamente per poi devolvere il ricavato in beneficenza. Così in queste ultime settimane ho consegnato libri qua e là (Moccia compreso!) e oggi ho fatto il bonifico del mese.
Io sono minimalista, quindi mano mano ho ridotto il numero di cose che posseggo, quindi dedico uno spazio di casa ad immagazzinare oggetti da vendere. Certo che però sarebbe meglio evitare di comprare e regalare cose inutili e donare direttamente fondi a cause solidali, piuttosto che dovere rivendere donazioni con evidente uso di tempo e risorse ...

6) Ho comprato per la prima volta detersivi sfusi! A Murcia hanno aperto da qualche mese un negozio della catena italiana Goccia Verde, dove poter acquistare prodotti delle pulizie e per l'igiene personale alla spina, portandosi i propri contenitori. Tutti i prodotti fra l'altro sono ecologici, senza i soliti bifenoli, fosfati e coloranti, quindi rispettosi verso l'ambiente e se stessi. Comprare il questo modo implica doversi organizzare un po' meglio e ricordarsi si prendere flaconi, bottiglie ecc, ma soprattutto dopo la visita al Centro Residui io ho ridotto praticamente del 95% gli acquisti di prodotti confezionati.

7) Ho salvato un ombrello rotto abbandonato pper strada e l'ho trasformato in uno stendino per calzini che così si asciugano prima perché sono stesi belli separati. Prima di buttare qualcosa penso sempre se potrei dargli un un nuovo uso e ormai su pagine e gruppi facebook ci sono milioni di idee, non per niente mi chiamo McGyver!


Ho fatto anche qualche altra cosina, ma per oggi concludo qui. Se traete ispirazione fatemi sapere! Che il mondo lo possiamo cambiare noi, tutti insieme e ciascuno nel suo puccolo.

19.3.17

Dal secchio a ...

Sono sempre stata un po' San Tommaso, preferisco vedere coi miei occhi più che ascoltare ciò che mi raccontano gli altri e se ho un dubbio faccio mille domande prima di criticare.
Così, stanca di sentire persone lamentarsi sul: ma che si ricicla a fare, intanto poi buttano tutto insieme? ho deciso di indagare in prima persona.

Vi è mai venuto in mente di andare a vedere come funziona una discarica? O un centro di riciclaggio rifiuti? Sapete dove va a finire tutto ciò che gettate nei cassonetti? Io ho voluto scoprirlo.

Su facebook seguo parecchie pagine di vita zerowaste (residui zero), di riciclaggio, di minimalismo e compagnia bella e facebook - che normalmente mi propone pubblicità di prosciutti o viagra - per una volta ha azzeccato, suggerendomi la pagina di Murcia Ciudad Sostenible. Così ho scoperto l'esistenza di un Centro per il Trattamento dei Residui Solidi Urbani a 18km da Murcia città e senza sapere esattamente di cosa si trattasse, mi sono unita a una scolaresca in gita per andare a visitarlo.

La responsabile del centro è stata gentilissima ed entusiasta. Non sono molte le persone che scelgono di andare a scoprire cosa succede alla loro mondezza! Qunidi sono stata trattata come un'ospite d'onore. Mentre i bimbi facevano il loro giro con spiegazioni adattate a loro, io ho potuto scoprire dati più tecnici, curiosità interessantissime, sbirciare nella zona macchine e fare tutte le domande che volevo.

Non entrerò nei dettagli, ma dopo questa visita mi sento di dire che tutti i cittadini dovrebbero visitare un centro del genere (ce ne sono di sicuro di simili in tutte le città) e poi fare i conti con la propria coscienza.

Innanzitutto ho scoperto che vetro e carta vengono riciclati altrove, il vetro spedito in un'altra regione e la carta a un altro stabilimento. Nella vostra città sapete come funziona?
La plastica e l'indifferenziata (a Murcia non ci sono ancora cassonetti per l'organico) che arrivano in questo Centro vengono trattate per poi essere passate ad altre aziende che si occupano dell'effettivo riciclaggio (passo successivo: trovarne una da visitare). È anche attivissima una zona di produzione di biogas, un capannone dove robot rastrellatori aiutano a trasformare scarti di origine organica per il compost, la zona residui industriali voluminosi, la parte residui dell'azienda di birra locale e tanto altro.

A Cañada Hermosa si sono organizzati con un'aula didattica con una simpaticissima incaricata che cerca di interessare i motivare le scuole in visita, un trenino per fare un giro turistico e dei corridoi sopraelevati e chiusi che permettono di scoprire il processo di separazione residui nelle fauci dei macchinari.

Ma lo sapevate che ognuno di noi produce più di un kg di mondezza al giorno? Eppure c'è ancora tantissima gente che non sa come usare i cassonetti o semplicemente se ne frega.
A Murcia, a differenza di Roma, non ho mai visto cassonetti o cestini straripanti, eppure - per ciò che sento dagli alunni delle mie classi all'università - non tutti riciclano tutto, si accontentano magari di spearare il vetro, o la carta, e il resto tutto al cassonetto dell'indifferenziato.

Il problema fondamentale è che tutto ciò che viene buttato nell'indifferenziato, verrà sì smistato, ma non potrà essere sfruttato appieno, uscirà insomma dalla catena del riciclaggio. Verrà magari usato in altri modi (produzione di energia), ma perderà tantissime vite e farà perdere a noi e al pianeta tantissime risorse.


Io non mi sarei mai aspettata di trovare macchinari così avanzati, che smistano, selezionano, incanalano, separano, soffiano, scuotono. Una tecnologia davvero spettacolare che però abbiamo il dovere di aiutare.
Come?

Con le 3 R + 1!
Rifiuta - e non mi riferisco solo a dire di no alle buste di plastica, ma per esempio alla cannuccia in una bevanda (perché non comprarsi una cannuccia di acciaio da portare in borsa?), alla scatole e scatolette per il cibo take away (io giro sempre con i miei contenitori e buste di tela di varie dimensioni), a quelle buste fine fine in cui si è obbligati a mettere la busta al supermercato (avete provato a chiedere se potete portarvi le vostre buste o contenitori?). Cerca alternative ecologiche ad oggetti di uso quotidiano: basta bottigliette o posate di plastica, torniamo ai fazzoletti o tovaglioli di tela ecc

Riduci - evita di comprare prodotti incartati in mille strati di plastica, cartone ecc. Preferisci i vecchi e cari negozi che vendono cibo, saponi ecc sfusi. Compra la quantità di cibo necessario, imponiti di donare ad una ONG i soldi equivalenti al prezzo del cibo che butti perché lo hai lasciato scadere in frigo o perché ne hai preparato troppo. Lo so, lo so, siamo in un mondo che corre. Ma io dopo aver visto coi miei occhi un hangar pieno di buste di mondezza penso che sia nostro dovere togliere tempo ad altro e pensare alla Terra, che è la nostra casa e nostra Madre.

Riusa - sii creativo, pensa a cosa potrebbe servirti quell'oggetto che vorresti buttare via. (prossimamente su questi schermi, stendino mobile fatto con un vecchio ombrello). E se proprio non serve a te, a chi potrebbe servire? Pensa, pensa, pensa. Chiediti pure: ma perché mai ho comprato questo oggetto se poi non l'ho mai usato? Blocca gli impulsi consumisti, metti i soldi in un salvadanaio invece di comprarti l'ennesima magliettina o blocchettino e risparmiali per un viaggio.

Ricicla  - se proprio non c'è più nulla da fare, allora butta nel cassonetto giusto. Però questo deve essere proprio l'ultimo passo. Prima di arrivarci pensa ancora una volta: ci sarà qualcuno che raccoglie questo tipo di oggetti? Ti meraviglierai! Ho scoperto quest'anno che ci sono associazioni che raccolgono cellulari rotti, penne usate, francobolli. tappi di bottiglia di plastica e di metallo. Unisciti a una pagina zerowaste della tua zona o Paese, scopri come autoprodurre. Gioisci se infine non dovrai scendere a buttare la mondezza tutte le sere.

E poi informati, chiedi, esigi. Non lasciare che siano le istituzioni a decidere per te. Non lanciare commenti negativi o critiche senza avere dati certi. E cerca soluzioni per aiutare il tuo Comune, la tua città, il tuo paesino, perché la mondezza non la generano loro, la produci tu.

Per me è stato un onore essere accolta al Cañada Hermosa e spero nei commenti di trovare qualcuno che mi racconti che, motivato da questo post, ha deciso di contattare un centro simile dalle sue parti e come è andata la sua visita.





4.3.17

La mia missione 2017 (febbraio)

Ecco qua il resoconto delle mie attività di febbraio

1) Da 5 anni avevo in casa un bottiglione da 5 litri in cui generazioni di coinquilini di varie nazionalità avevano versato i loro resti di olio di fritture varie.
Io non friggo, ma so benissimo che un solo litro è in grado di formare una pellicola inquinante grande quanto un campo da calcio e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua (pari a circa la quantità consumata da un individuo in 14 anni). Inoltre intasa le tubature e causa problemi anche ai depuratori più sofisticati.

Finalmente, approfittando di una passeggiata, ho portato il boccione puzzolente e unto a un Ecopuntomovil, una sorta di camion che il Comune di Murcia mette a disposizione dei cittadini, in varie zone della città e in vari orari, così chi non ha la macchina e non può arrivare fino all' Ecopunto fisso, ha comunque la possibilità di smaltire rifiuti che non vanno nei cassonetti.

Ricordate che neanche quello delle scatolette di tonno o dei cibi sottolio va gettato nel lavandino. Spesso sento dire: ma è poco poco. Ed è sempre questa la logica sbagliata. Tanti poco sommati fanno un sacco di milioni.

Voi che ci fate con l'olio usato?

2) A Murcia quest'anno ha fatto parecchio freddo. Diluvio a dicembre, addirittura neve a gennaio. Così la fioritura degli alberi di arance decorativi (ma non potevano piantare aranci normali????) quest'anno è cominciata più tardi e ora ci ritroviamo con gli alberi carichi di arance amare che cominciano a cadere, ad essere pestate dalle macchine, prese a calci dai bambini, tirate dagli adolescenti.
Probabilmente la potatura era prevista per dicembre, ma non c'era frutta sugli alberi. Quindi magari ritardata e dimenticata. Attraverso la solita applicazione del Comune di Murcia ho mandato un avviso ed è già tutta la settimana che stanno procedendo a taglio e pulizia. È un peccato che queste arance non siano mangiabili, mi dicono per ragioni di igiene e di spessore delle radici. A quanto pare vengono usate come cibo per gli animali. Che bello sarebbe se le città avessero giardini con alberi da frutta pubblici, credo ci sia un progetto del genere negli Stati Uniti. Io quando ero piccola andavo con mio padre e mia sorella a raccogliere le ciliegie o susine all'EUR a Roma. 

3) Nel corso della sua vita fertile una donna usa in media 12000 assorbenti. A parte che ci sono sprovvedute che li buttano ancora nel water (e chissà dove pensano che vadano a finire - tampax, assorbenti, salvaslip, salviettine umide e qualsiasi altra cosa che non sia carta igienica devono essere gettati nel cestino, non nel wc), ma a parte questo poche si soffermano a pensare sulla quantità di residui - non riciclabili - che si producono solo per il fatto di avere il ciclo. Io da anni uso la coppetta, ma a volte per motivi vari non è la soluzione migliore. E allora per evitare gli assorbenti usa e getta infine ho trovato quelli lavabili. Cercavo una marca locale (perché voglio evitare quanto il più possibile le spedizioni e gli imballaggi) e assorbenti che fossero venduti sfusi, non in confezioni di plastica. Ed eccoli qua, di una marca spagnola (Aguas de Luna), trovati in un negozio vicino al lavoro. Lavabili, si asciugano velocissimamente. 
Sono comodi, forse funzionano meglio per chi non porta pantaloni bragaloni come i miei, perché nel mio caso si muovono un po', ma forse è anche farci l'abitudine. Esistono di vari formati, gradi di assorbenza, colori e fantasie. Sono anche abbastanza facili da autoprodurre se si sa cucire.





4) Dopo aver dedicato una domenica mattina a raccogliere tutte le bottiglie di plastica che trovavo sulla mia strada (in campagna), ne ho passata un'altra a raccogliere lattine. Due bustone intere, abbandonate fra i cespugli, lungo il fiume, accanto alle panchine. Vecchie e arruginite e nuove nuove appena buttate.
Ho cercato di raccoglierle facendomi notare, un paio di bimbi hanno chiesto ai genitori che facevo, altri mi hanno guardato e sorriso. Su facebook varie persone si sono offerte ad accompagnarmi nella mia prossima missione raccatta-mondezza. Fra l'altro a quanto pare queste lattine sarebbero anche rivendibili e forse non lontano da casa mia dovrebbe esserci un posto che le accetta. Vi aggiornerò.

5) Ho smesso di portare bottiglie di plastica al lavoro e ora ne riutilizzo due di vetro (di succhi di frutta grandi, da 1.5l e da 700ml) ricoperte con dei vecchi calzini, di quelli che arrivano all'altezza del ginocchio, per attutire gli urti. Ho una borraccia di alluminio, ma oltre a non essere il materiale migliore, l'acqua dopo un po' puzza. Il vetro è decisamente meglio.

Le bottiglie di plastica non andrebbero mai riempite di nuovo (la plastica comincia a deteriorarsi e ce la beviamo) e comprarne sempre di nuove è più costoso che il riempire l'acqua alla fontanella dell'università, oltre a essere uno spreco assurdo di risorse. Fra l'altro la plastica è un interferente endocrino e può causare svariati problemi ormonali. Siete disposti a mettere la comodità prima della salute?

Queste sono alcune delle mie azioni del mese di febbraio. Altre foto ed info le trovate qui su facebook.




12.2.17

La mia missione 2017 (gennaio)

Ci ho pensato tanto, quando tornavo a casa frustrata, perché mi chiedevano la mia opinione e poi facevano tutto il contrario, quando venivo addirittura redarguita perché avevo troppe idee.

Ho pensato che era questa città che non aveva più niente da darmi, che forse dovevo cambiare lavoro, che non andava bene tutta questa tristezza e senso di impotenza. Sono stati mesi davvero tostissimi, perché ho dovuto imparare a dire no e a smettere di preoccuparmi per decisioni che non posso prendere io. 

Ci ricasco a volte, cercando di fare la cosa giusta ed essere efficiente, ma non è apprezzato, allora sto imparando a canalizzare le mie energie su obiettivi diversi, a ricordami ciò che mi piace fare (aiutare gli altri), a focalizzarmi su ciò che effettivamente è il mio lavoro (insegnare, stare in classe) e dimenticare il resto.  














Così ho deciso di cominciare #Mimisión2017, una serie di idee e progetti per migliorare la città dove vivo e i posti che visito, in modo concreto. Cliccate qui se siete su facebook e vedrete le foto di alcune delle cose che ho cercato di realizzare.  Spesso la gente di lamenta di disservizi, cose che non funzionano, parla di idee che renderebbero la vita di tutti migliore, ma poi non si fa niente per metterle in pratica. 
Io ho deciso di provarci. Condivido in caso qualcuno volesse prendere spunto.

Riassunto del mese di gennaio

1) Ho scritto a un paio di aeroporti in cui non ci sono fontanelle e l'acqua del bagno è imbevibile (perché esce calda o piena di cloro). Mi scoccia dover comprare una bottiglietta d'acqua ogni volta che passo i controlli di sicurezza, non per la spesa in sé, ma perché non voglio usare plastica per quanto possibile. Porto sempre con me la borraccia, vorrei poter riempirla. Lo farò per tutti gli aeroporti per cui passo. I due aeroporti a cui ho scritto (via facebook - pubblicamente) mi hanno gentilmente risposto che prenderanno l'idea in considerazione durante i lavori di rinnovo. Per smuoverli un po' di più ho fatto il paragone con un altro aeroporto loro vicino (quello di Edinburgo) che aveva ascoltato i passeggeri e installato le fontanelle proprio appena passati i controlli.

2) In Spagna (come in Italia) al supermercato non ci sono le macchinette per restituire i vuoti (bottiglie di plastica, lattine ecc) come esistono in Germania, Svezia ecc. Però proprio pochi mesi fa qui a Murcia sono state istallate due macchinette in due supermercati fuori città, dei ragazzi hanno fondato un'azienda che le vende. Pur immaginando che loro stessi staranno facendo di tutto per diffondere l'idea, ho scritto a tutte le catene di supermercati spagnoli (via facebook - pubblicamente) che mi venivano in mente, mandandogli il link dell'articolo riguardante le macchinette. Mi hanno risposto tutti, chi più chi meno, ringraziandomi ed alcuni trasferendo le informazioni al supermercato della catena qui a Murcia, altri passandolo alla persona incaricata. Vedremo.
Mi sono anche unita online a un'iniziativa a livello nazionale che spinge appunto affinché si  instauri di nuovo la soluzione vuoto a rendere.

3) Raccolta tappi di plastica. La sto facendo già da un paio di anni e oltre a quelli raccolgo anche i tappi metallici di birra e barattoli, le bottiglie di plastica, le lattine. Il tutto lo dono a un rifugio per cani e gatti, che poi rivende i materiali riciclabili. Dato che io tendo sempre più allo zerowaste (no rifiuti), mi faccio portare queste cose da alunni e amici e poi quando ne ho vari bustoni viene una ragazza a prenderle. Almeno siamo sicuri che verranno riciclati. Guardate nella vostra zona, perché almeno per i tappi di plastica, ci sono associazioni ovunque che li raccolgono. Qui a Murcia ora si possono lasciare anche all'università e, nel mio caso, anche dal mio medico di famiglia.

Il comune di Murcia mette a disposizione dei cittadini una nuova applicazione che si chiama tumurcia, per segnalare problemi, mandare idee, dare opinioni. È facilissima da usare e, magia delle magie, ti rispondono. 
L'ho usata per le seguenti azioni

3)  Vado sempre a passeggiare lungo una viaverde, un sentiero accanto al fiume che passa per varie frazioni di Murcia, per campi di arance e limoni, con le montagne sullo sfondo. Lo abbiamo scoperto da un paio di anni e ci andiamo di domenica, ad ossigenare il cervello. Sono un sacco di km, c'è gente che passeggia, altri in bici o a correre, persone coi cani. Ma non ci sono panchine! In tutto ce ne sono 4, in 2 ore di camminata. Ho scritto al comune proponendo che ne mettano qualcun' altra. Che ogni tanto sarebbe pure bello podersi sedere e godersi il paesaggio.

4)  A Murcia c'era un frigo solidale. Lo aveva messo un signore fuori dal suo negozio e ci si poteva andare a lasciare cibo che poi chiunque poteva prendere. Era un'ottima idea perché così si evitavano gli sprechi e si aiutavano persone meno fortunate. Se per esempio qualcuno comprava il tipico pacchetto di yogurt da 4, ne mangiava uno e non gli piaceva, ecco, poteva lasciare gli altri 3 nel frigo. Noi ci avevamo lasciato parecchie cose le varie volte che svuotavamo il frigo di casa prima di andare in vacanza. Il comune lo aveva fatto togliere (anche multando il povero benintenzionato) e promettendo una soluzione alternativa. È passato un anno e niente, nessun frigo solidale comunale. Così ho scritto al Comune ricordando la loro promessa e gli scriverò o telefonerò (ti forniscono anche un telefono da contattare quando mandi un suggerimento)  ogni mese finché non si smuove qualcosa.

5) Ho segnalato che c'era un cartello stradale (che indicava un parcheggio per moto) divelto e buttato vicino a dei cassonetti. Dopo 2 giorni passando per caso ho visto in diretta che lo stavano aggiustando! Che soddisfazione! 

Piccole vittorie o almeno la sensazione che qualcosa possa smuoversi, che ci sono istituzioni che quantomeno si prendono la briga di leggere e rispondere. E se non lo facessero insisterei.
Perché è nostro diritto vivere in città pulite, comode, che offrano servizi, ma è anche nostro dovere rendere noto alle pubbliche amministrazioni cosa possono fare per mantenerle in buone condizioni e migliorarle quotidianamente.

Dunque fatevi sentire, scrivete, diffondete, insistete. 
Siate voi il cambiamento che vorreste vedere nel mondo.



9.1.17

La verità sul riciclaggio del vestiario

Per cominciare bene l'anno minimalista, ripubblico qui un articolo che avevo scritto per un altro progetto dato che per me il tema è quantomai attuale, soprattutto dopo gli eccessi consumisti natalizi (non miei, non più).

È da parecchio tempo che rifletto sul tema dei vestiti che non metto più.
Li scambio, li regalo, ma ce ne sono alcuni che sono davvero troppo rotti o troppo usati per recuperarli.
E penso: esisterà un centro di recupero e riciclaggio fibre tessili?

Ci penso e poi me ne scordo.
Oggi però sono incappata in questo articolo qui, che parla proprio di questo tema.
Il fashion veloce sta creando una crisi ambientale.

Avete partecipato alla campagna di H&M : La moda non merita di finire nei rifiuti?
Sarebbe un'ottima trovata, no? Porti nei loro negozi i tuoi vestiti usati di qualsiasi marca, in qualsiasi condizione. E loro ti danno un buono da spendere nei loro negozi. In teoria i vestiti così raccolti vengono riutilizzati, recuperati o addirittura usati per produrre energia.

Ma nell'articolo sopracitato un portavoce di H&M ammette che "Only 0.1 percent of all clothing collected by charities and take-back programs is recycled into new textile fiber" 
(solo lo 0.1 % dell'abbigliamento raccolto dalle organizzazioni benefiche e dai programmi di restituzione è reciclato in nuove fibre tessili)

0.1% ... cioè un capo ogni mille!

Che fine fanno gli altri 999 capi?

- Vanno alle discariche e producono, decomponendosi, metano e gas che causano l'effetto serra

I capi di vestiario non si trasformano in compost, perché a differenza degli scarti alimentari, le loro fibre sono state trattate, stampate, colorate, insomma hanno passato vari processi chimici.
Quelli fatti di fibre sintetiche, dunque anche parzialmente di plastica, ci metteranno centinaia di anni a decomporsi.

Allora, direte voi, meglio metterli nei contenitori di raccolta vestiti o darli alla Caritas o rivenderli a un negozietto di seconda mano. E mettersi a posto la coscienza, no?
NO!
Di questi capi di abbigliamento solo una minima parte finiranno a persone che davvero ne hanno bisogno o saranno effettivamente venduti per continuare il loro ciclo d'uso.

Una gran quantità di vestiario proveniente dai nostri Paesi ricchi, compattato in balle, verrà inviato in Africa, sommersa ormai da donazioni di abiti di pessima qualità, che invadono i mercati locali e sovvertono le economie locali, o in India, agli inceneritori che inquinano aria ed acqua. 



L'unica VERA soluzione è smettere di comprare. 
Ma come, e tutti gli operai e le commesse rimarranno allora senza lavoro mi ribattono. 
Beh, quello è un altro problema che deve essere affrontato a parte.
Non esiste solo l'economia del consumo di oggetti.
Non salviamo i bambini poveri dell'India comprando i prodotti del loro lavoro pagato pochi centesimi al mese.
Non si può vivere e lasciar vivere, chiudendo un occhio e accettando soluzioni provvisorie. Bisogna fare di meglio ogni giorno. E che ognuno pensi ai suoi se e i suoi ma, e cerchi risposte sensate.

Non possiamo mantenere un ciclo di consumo e distruzione se il riciclo virtuoso non esiste.
Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questa catastrofe, il nostro pianeta non è usa e getta, non possiamo comprarne un altro in saldo.

Scegliete capi che durino, che vi piacciano davvero, non comprate solo perché ci sono i saldi, perché intanto costa solo un euro, perché me lo metto quando dimagrisco.
Imparate a cucire, a modificare, ad abbinare.
Date un'occhiata a pagine come BUY ME ONCE (comprami una sola volta), che si stanno espandendo internazionalmente e  che garantiscono che i loro articoli dureranno davvero una vita. Come era all'epoca dei nostri nonni.

E non usate lo shopping come valvola di sfogo per frustrazioni e arrabbiature, come contentino, come ricompensa del fine settimana.
Coi soldi così risparmiati io viaggio, vado a mangiare fuori, compro prodotti alimentari di migliore qualità.
Insomma, l'economia continuerà a muoversi anche se DITE NO alla centesima maglietta delle solite marche.
Non è facile e certo non si può realizzare di botto, ma la prossima volta che sarete tentati di comprare uno straccetto di maglietta, pensateci due volte, valutate le alternative, informatevi, condividete informazioni.

(E se parlate inglese ascoltate questo)

2.11.16

Global Walk for Ataxia - in cammino per l'atassia

Ricevo varie richieste di couchsurfing (se non sapete ancora cos'è, date un'occhiata qui e diventatene membri). Sono anni, anzi un paio di decenni e più, che viaggio e spesso sono ospite di perfetti sconosciuti.
Sono stata salvata tante volte dal dormire sotto un ponte o rimanere bloccata in un aeroporto o stazione.
Sono stata accolta, rifocillata, portata dove dovevo andare.

Ho conosciuto persone di tutto il mondo, scoperto costumi e tradizioni differenti, visitato angoli di città dove non sarei mai andata se non mi ci avesse portato qualcuno del posto.
Io a mia volta ho raccattato persone in aeroporti, aiutato erasmus confusi, cercato di accogliere chi ho potuto, aperto casa mia quando mi è stato possibile.

Ora ho meno tempo, perché sono tante ore al lavoro, ma quando su couchsurfing mi è arrivata la richiesta di Iain
1) era per il fine settimana
2) ho visto che è scozzese! <3
3) aveva una foto in kilt

Da lì avevo già deciso che gli avrei detto di sì, ma mentre aspettavo la conferma della coinquilina (che volevo fosse anche lei d'accordo), ho cominciato a leggere più dettagliatamente il messaggio che mi aveva mandato e non ho avuto più dubbi.
Ricevo richieste di persone che vogliono venire a Murcia il fine settimana a fare festa, uscire di sera, tornare la mattina dopo. Non è il mio genere di vita e gli auguro di trovare un divano in casa di qualche altro giovane studente che voglia fargli scoprire il mondo notturno qua in Spagna.

Iain invece è in Spagna per una ragione diversa. Ve ne parlo brevemente, poi potete leggerne di più sulla sua pagina http://www.kiltedwalker.com/ e anche sulla sua pagina facebook https://www.facebook.com/kiltedwalker/?fref=ts


 















Non sapevo cose fosse l'atassia prima di conoscere lui. Ecco la definizione che c'è sulla sua pagina:

Ataxia. It's like Multiple Sclerosis ganged up with Parkinson's, and played a dirty trick on Cerebral Palsy
(insomma, una sorta di mix di sclerosi multipla, Parkinson e paralisi cerebrale)

Iain è in Spagna da fine agosto. È partito da Girona (Catalogna) e la sua intenzione era di fare a piedi fino a Gibilterra, 900 miglia in kilt, per far conoscere la sua malattia e raccogliere fondi. 
Lungo la strada è stato ospitato da alcuni couchsurfer, ma ha anche dormito in spiagge o parchi.
In Spagna - più si va a sud ironicamente - non è facile trovare persone disposte ad ospitare, la gente è diffidente, forse anche per il fatto che non parlano bene inglese e tanti non sono mai usciti dalla loro regione.

Eppure solo poche decine di anni fa il mondo non andava certo così. Le porte erano aperte e l'ospite sacro, si condivideva il poco che si aveva e ci si sentiva a casa ovunque. Non c'era la paura di mi ruberanno il telefonino o il computer,  no, io sconosciuti in casa mai, e se poi è un assassino?

Io ho voluto ospitarlo, ho insistito che venisse quando voleva, che non avrei mai permesso che riposasse di pomeriggio in un parco quando poteva benissimo farsi un pisolino qui. Ho cercato in primo luogo di fare quello che mia madre mi ha insegnato: cucinare tutto il possibile e riempirgli la pancia.
Lavargli i vestiti. Poi concedergli il giusto riposo. Infine godermi una bella cena e chiacchierata scozzese.

Avrei dovuto insistere che rimanesse di più. Un giorno in più per portarlo a lezione e condividere coi miei studenti questa esperienza. Però fra Murcia e Almeria la strada non è facilmente percorribile a piedi e Iain aveva deciso di prendere un pullman, per poi continuare il suo cammino da lì.

Purtroppo la sua marcia è stata interrotta la notte di Halloween da dei balordi, che hanno cercato di rubargli la borsetta che si porta davanti al kilt (in cui aveva solo pochi euro). Vedendolo in kilt avranno pensato che era uno spagnolo mascherato, una preda facile in una notte in cui tutti si ubriacano.
Fortunatamente - ironia della sorte - Iain cammina con un bastone a causa dell'atassia ed è pure parecchio alto, quindi è riuscito a difendersi ed allontanarsi. Si è però fatto male a una caviglia.

Ha cercato rifugio nella hall di un hotel (NH Almeria, soprannominato NO HEART - senza cuore) da cui è stato scacciato in malo modo. Caro manager dell'hotel, avresti potuto chiamare la polizia, chiamare un'ambulanza, ma no, certe persone non hanno riflessi, né pietà o empatia. 

Quando ho letto cosa era successo sulla pagina facebook, Iain era già in aeroporto a Malaga - da cui il suo volo partirà solo il 24 novembre. Era il posto più sicuro e al riparo che gli era venuto in mente. Gli avrei detto di tornare a Murcia, ma sono un sacco di km di distanza.
Ho deciso allora che era mio dovere mettermi in moto per trovare una soluzione. Ci doveva pur essere qualcuno che avrebbe potuto ospitarlo almeno un paio di giorni, mentre si riprendeva. Dargli tempo di fare mente locale tranquillamente, per decidere il piano B.
Immaginatevi di essere stati (quasi) vittime di uno scippo, di essere stati malmenati in un Paese straniero, di non poter camminare, di non stare benissimo di salute ... non ce la facevo proprio a immaginarmi di lasciarlo lì, solo all'aeroporto di Malaga.

Selena, che conosco solo via blog e facebook da qualche anno, anche lei italiana residente in Spagna, ha accolto la mia richiesta di aiuto. È montata in macchina con suo figlio e si sono fatti 100km per andare a prendere Iain e portarselo a casa, in salvo. Questo favore, questa opera buona che lei ha fatto per Iain, è come se la avesse fatta per me doppia e le sono debitrice. E sono convinta che il karma poi ripaga. 

È nostro dovere rendere il mondo un posto sicuro. È nostro dovere aiutare chi ne ha bisogno.
Sono valori che vanno diffusi, contrastando il cinismo, l'apatia, la negatività.

Iain - nonostante la sua malattia - sorride sempre. È pieno di vita, di racconti, di parole gentili. 
A volte ci si scorda quanto siamo fortunati, siamo anestetizzati da notizie e disastri e diventano la normalità. 
Come se il mondo dovesse per forza andare così. 
Come se il nostro contributo non potesse cambiare le cose.

E invece possiamo. Con gesti semplici. Con gentilezze quotidiane. Con parole positive. Con un sorriso.



Note:
 Il cammino di Iain si sarà pure interrotto per ora, ma la ricerca per trovare una cura all'atassia non si interrompe. Se volete contribuire, Iain voleva raccogliere 1000 sterline ed è arrivato a 825 prima di essere interrotto. https://www.ataxia.org.uk/fundraisers/the-global-walk-for-ataxia
 


11.10.16

Che strada prendo?

Periodo di leggera confusione esistenziale lavorativa.

Penso che non mi va più di insegnare.

Che quando sono in classe (per ora, ma non so per quanto ancora) sono felice, sono io, ma appena metto piede in corridoio mi rendo conto che ci sono scartoffie inutili che non vorrei dover compilare, dinamiche interpersonali che vorrei evitare, perdite di tempo insensate che mi pesano.
E poi è già tarda sera, perché le mie lezioni sono sempre fino alle 20 e, fra una cosa e l'altra, non arrivo mai a casa prima delle 21. Per me che sono un'anima mattutina - se fosse per me comincerei a lavorare alle 5 e andrei a letto al massimo alle 10 - è una tortura.

E leggo - sui libri di inglese che uso a lezione e che al livello C1 trattano tutti il tema work and jobs -  di aziende tipo Skyscanner, in cui gli uffici sono colorati, luminosi, in cui si lavora in modo moderno, c'è la frutta gratis, i divanetti e sembrano tutti felici.

Che poi non sarà tutto oro quello che luccica.
Che queste compagnie (google, amazon, booking ecc) rendono gli uffici talmente comodi, con zone per farsi una dormita, giocare a pingpong, praticelli per camminare scalzi e rilassarsi, gadget e decorazioni, affinché la gente si senta a casa e non se ne voglia mai andare a casa propria.
Furboni.

Però, ecco, se ora mi dovessi mettere a pensare a cosa vorrei fare, cambio la domanda e mi chiedo:
cosa POTREI fare?

Parlo 3 lingue bene (italiano, inglese, spagnolo), ma le parlano in tantissimi.
Non sono una brava team-worker, tendo a fare anche il lavoro degli altri e a prendermi responsabilità che non sono mie per coprire chi non ha voglia di lavorare.
Mi è molto difficile dire di no.
Su questi ultimi due punti sto lavorando attivamente, come vero e proprio esercizio spirituale.

Mi interessa un po' di tutto, ma fondamentalmente ultimamente le mie passioni sono:
- la pronuncia e la fonetica
- il minimalismo e l'organizzazione degli spazi
- le soluzioni ecologiche e antispreco
- i progetti sociali di condivisione (di risorse, di idee, di oggetti)
- la nutrizione e la salute
- l'ipnosi applicata a ...
- i viaggi stile straccione, in couchsurfing, autostop ecc
- le foto non turistiche
- i social media


Di tutte queste cose io però non sono un'esperta, non ho studiato.
Non sono un'ipnotizzatrice, né una nutrizionista, ho una macchina fotografica scrausa e non so mettere il gadget di commenti facebook nel blog.
Non seguo le istruzioni e ho poca pazienza, però seguo le regole e sono molto hard working.
Ho tantissime idee, ma poi me le scordo.
Posso stare davanti al computer a fare le mie cose e nel frattempo ascoltare le conversazioni di tutti quelli che sono nella stessa stanza ed elaborare soluzioni ai loro problemi.

Ho passato talmente tanto tempo a non dire di no, a risolvere problemi altrui e a rimediare a sbagli non miei che non avevo poi mai il tempo di fermarmi un attimo e riflettere su di me.

E ora mi sembra di essere a un crocevia.






3.10.16

A casa di nonna Papera

Non so quanti anni fa ho conosciuto nonna Papera.
Una nonna Papera tecnologica però, perché ci siamo incontrate online, blog di qua, blog di là.
Il minimo comune denominatore era che lei cercava info sulla mia amata Scozia (anche se all'epoca viveva o stava per vivere nella sua amata Australia) e che pure lei è de Romaaaaa.

Gira che ti rigira la povera nonna Papera finisce in Scozia ad AbMerdeen a studiare e allora durante questo viaggio, che noi si va su su su alle Orkey, si decide di ricalare giù prendendo un traghetto notturno e approdando proprio ad Aberdeen. Che in fondo non ci sono mai stata e voglio vedere coi miei occhi se è davvero così brutta! Nonna Papera appena trasferitasi nella sua nuova casa ad agosto 2015 ci aveva detto gioiosa che ha due bei divani per couchsurfer come noi. E noi la prendiamo in parola. Se ne pentirà?

Ed eccoci ad agosto 2016, alle 7 di mattina giù dal traghetto in cui nonostante la notte buia e tempestosa abbiamo dormito benissimo, pronte a conoscere nonna Papera e suo marito (ebbene sì, Nonna Papera è sposata, guardate qui e qui, io non lo avevo mai visto 'sto marito, forse era scappato con l'amante russa).

Il resoconto viaggereccio di ciò che abbiamo fatto a Aberdeen e dintorni (compresa la caccia a uomini in gonnella) finirà in altri post, questo invece è un post riservato solo a loro due, Serena e Alessio, e alla mia restaurata fiducia nei blog incontri dopo esperienze diciamo non proprio positive.

Stavolta nel mio cervello non c'era quella vocina che diceva: ma che cavolo stai a fà?? Te stai a sbajà!!!
No, stavolta c'erano i messaggi vocali della nostra cara nonna Papera che ci annunciava che aveva riempito il frigo all'inverosimile di roba vegana, e aveva capito appieno l'essenza di noi viaggiatrici locuste.

Ed è stato proprio così, un banchetto continuo di prelibatezze, bottone dei pantaloni slacciato perennemente, un sacco di risate a scartabellare libri di sessuologia di studi passati, caffè fatti con l'acqua frizzante, presunte amanti russe che si manifestano quando noi donne siamo assenti.
E poi corse sotto la pioggia all'Asda a comprare dei reggiseni che infine sono come li voglio io, mangiare gelati vegani seduti al supermercato mentre tutti ci guardano, cercare di sbolognare banconote da 100 pound con commessi che pensano di sicuro che siamo mafiosi, temere che la mia maglia e i miei jeans all'ultimo stadio di vestibilità vengano gettati da Serena coalizzatasi con mia madre.



È un po' come essere di nuovo al liceo. 
È casa lontano da casa, è cultura condivisa, è la bellezza di qualcuno che si prende cura di te.
È quella scintilla che scocca quando, pur non ricercando gli altri italiani all'estero, ne trovi alcuni che ti fanno sentire quella strana nostalgia canaglia per un Paese (o forse per un'idea di casa) in cui non vivi da tantissimo tempo.

Nostalgia di momenti legati alla beata giovinezza, quando uno ancora non aveva avuto a che fare con i problemi burocratici, le tasse, le lotte per trovare lavoro, le bassezza e bruttezza di certa gente.

Ritorniamo ragazzini, che parlano di cartoni animati, di canzoni, di cose buone da mangiare.
Ritorniamo ragazzini che hanno sempre fame, che fanno i gridolini al supermercato per aver trovato il caffè all'arancia o un intero bancone di veggieburger.


E allora grazie Serena e Alessio, we love you!
E in Australia mi raccomando, una casa con due bei divani comodi, che arriviamo a svuotarvi il frigo!

28.9.16

COME AGGIUSTARE UN PORTATILE CON LA SCHERMATA NERA

SE SIETE ARRIVATI QUI CERCANDO SOLUZIONI AL PROBLEMA DELLA SCHERMATA NERA, LE TROVATE IN FONDO A QUESTO POST IN ROSSO. 

Oggi esulo dai miei soliti post di viaggi e lezioni, per condividere con voi un piccolo passo nella mia quotidiana battaglia contro il consumismo.

Il portatile HP da cui vi scrivo è vecchioooooo, ricevuto mi pare a gennaio 2008 o giù di lì. 
Mi ha dato dei problemi all'inizio perché non si connetteva a internet ed è improvvisamente morto, facendomi perdere un bel po' di cose (da lì in poi ho imparato a fare duplice copia di tutte le foto e materiali di lezione e a tenerle in due dischi rigidi esterni, lasciando il computer praticamente vuoto). In quel caso l'ho affidato a un amico di un amico che per non mi ricordo quanti euro me l'ha aggiustato.
Poi aveva smesso di funzionare l'audio. A quel punto ho deciso che volevo provarci io a risolvere il problema e con l'aiuto di alcuni video di youtube di un simpatico ecuadoriano in un'oretta funzionava di nuovo. 

Questa volta la cosa sembrava più grave, l'ho acceso di mattina e lo schermo era completamente nero. Le lucine varie lampeggiavano, ma la strategia accendi e spegni che tutti usiamo non aveva avuto nessun effetto. L'assistenza tecnica HP consigliava di attaccarlo a un altro schermo per vedere se il problema era il portatile in generale o proprio lo schermo e basta.

I più (amici interpellati su facebook) mi consigliavano la rottamazione.
Ho reso noto che io questo portatile non lo porto da nessuna parte. È il computer che uso da casa perché al lavoro uso quello che ho in classe e quando sono in viaggio ho l'ipad o il telefonino. Ho anche un altro portatile più piccolino, della fase viaggi pre-ipad. Quindi potrei benissimo sopravvivere anche senza questo rudere. Mi serve fondamentalmente solo perché ha lo schermo grande e io sono ciecata.
È comodo per preparare le programmazioni di classe e scrivere il blog, pubblicare foto su facebook, robetta. Prima ci vedevo anche serie televisive, ma ora le vedo dall'ipad.

Però mi scocciava darmi per vinta senza neppure provare a aggiustarlo (che il mio secondo cognome è McGyver, belli miei).  Così mi sono data una giornata di riflessione e di prove. 

Perché ormai siamo abituatissimi ad aggiornare i nostri dispositivi elettronici continuamente. 
Io ho appena comprato un nuovo cellulare, perché quello vecchio era lentissimo e perché anche la mia normale macchina fotografica stava perdendo colpi ormai. Lo uso tanto, era dunque necessario. Non avrei potuto aggiustare i due aggeggi vecchi per farli andare più veloci o migliorare le loro prestazioni.

Ma questo portatile no, è una comodità, non una necessità. 
E sarebbe stato un ulteriore materiale di scarto tecnologico superinquinante.

Verso sera, quando ci eravamo resi conto che non saremmo riusciti a svitare una delle viti perché era spanata e quindi non avremmo potuto vedere se il problema era colpa del ventilatore (che a volte sembra un elicottero), ecco il video illuminazione - è in spagnolo, ma in fondo a questo post vi ho scritto in italiano passo passo cosa dovete fare. Per aggiustare il portatile basta avere un ... PHON!!!



(Gracias, gracias, gracias autor del video! <3)

Dunque il mio consiglio spassionato è questo:
se vi si rompe qualcosa, prima di farvi prendere dall'ansia del buttare, comprare, sostituire, fatevi un giro su youtube. Pensate a come usate l'oggetto in questione. È davvero necessario? Potete farne a meno? Avete proprio bisogno di un oggetto nuovissimo, dell'ultimissimo modello? 
Io non mi vergogno affatto di avere un portatile che ha 8 anni e di averlo aggiustato. Ne sono anzi orgogliosa. Sono soldi e risorse risparmiate. 
Perché ogni oggetto è frutto del lavoro di qualcuno e dello sfruttamento di risorse della terra. Che è una sola!
Pensateci la prossima volta che vi si scassa qualcosa, o chiamate me!
Sfodererò il mio phon, et voilà, tutto risolto!

COME AGGIUSTARE UN PORTATILE CON LA SCHERMATA NERA
Questo magico rimedio funziona solo se la schermata è nera, ma sentite comunque rumore di ventilatore e si accendono le lucine che stanno accanto/intorno alla tastiera.

1) Togliete la batteria
2) Attaccate il portatile alla corrente
3) Accendetelo -> lo schermo sarà nero.
4) Prendete un asciugacapelli e dirigete il getto di aria calda sull'ENTRATA VIDEO (non dvd).
5) Continuate per circa un minuto, fino a che non è bello caldo, muovendo su e giù l'asciugacapelli.
6) Spegnete il portatile.
7) Staccatelo dalla corrente.
8) Premete per circa 1 minuto il pulsante di accensione.
9) Riattaccatelo alla corrente.
10) Accendetelo.

Dopo 20-30 secondi dovrebbe funzionare.
Probabilmente dovrete ripetere l'operazione ogni volta che volete usare il computer. 
Se dopo la phonata non si accende, coprite la tastiera con una maglietta o asciugamano (senza staccarlo dalla corrente), si riscalderà e si accenderà.
Oggi il mio si è acceso direttamente mentre lo stavo phonando, quindi al punto 5 ho smesso.
Non molto pratico per portatili realmente portatili, ma se come me lo usate come computer fisso ottimo.


18.9.16

The Italian Chapel

Credo che la Italian Chapel meriti un post a parte.
Che se fosse stata chessò, French Chapel o Russian Chapel magari non avrebbe avuto lo stesso significato o impatto su di me, ma è italiana ed è scozzese e allora devo andarci.

Come al solito tocca incastrare gli autobus per arrivarci e, non sapendo cosa aspettarci, non sappiamo neppure quanto tempo ci passeremo.

L'Italian chapel è ciò che dice il nome, una cappella. Su un'isoletta. Non una cattedrale, non una chiesa, ma una cappellina nel mezzo dei campi verdi dove brucano le mucche e vicino al mare.

E che ci fa una cappella italiana nel mezzo del niente?
Incredibilmente alcuni prigionieri italiani, catturati in Africa durante la II guerra mondiale, furono spediti all'inverno delle Orcadi a una sorta di campo di lavoro.
Con gli stessi materiali usati per la costruzione delle Churchill Barriers antisottomarini tedeschi, usando due hangar metallici di scarto, legno recuperato da una nave naufragata e autofinanziandosi, questo gruppo di 550 uomini con tanta nostalgia di casa, decise di costruire questo luogo di raccoglimento spirituale e sociale.

Grazie alle abilità artistiche di Domenico Chiocchetti e al lavoro di tanti altri prigionieri, eccola che ci aspetta, questa piccola gemma.

Da lontano ti accoglie la bandiera italiana e una statua di San Giorgio e il Drago, che emoziona un po'.














Cartelli appannati di pioggia raccontano la storia dei prigionieri


















It was the wish to show to oneself first, and to the world then, that in spite of being trapped in a barbed wire camp, down in spirit, physically and morally deprived of many things, one could still find something inside that could be set free.

Era il desiderio di dimostrare a se stessi in primo luogo, e poi al mondo che, nonostante la prigionia in in campo circondato da filo spinato, nel profondo dello spirito, seppure fisicamente e moralmente privati di molte cose, si poteva ancora trovare qualcosa nel profondo che rendesse liberi.

















Un inno alla libertà e alla speranza, un modo per andare avanti e non dimenticare, per essere comunità ed fratelli nonostante il freddo, la prigionia, le ristrettezze, la mancanza di luce in inverno, la pioggia battente, il mare in tempesta.

Il tutto al di là della religione, perché nonostante i simboli siano quelli cattolici, la madre e il bimbo sono valori umani, di famiglia (che manca ed è lontana) e i santi sono ciò di buono che potrebbe e dovrebbe esserci negli uomini al di là delle guerre.  Un messaggio di pace.


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Consigli di viaggio:

Controllate sempre gli orari di apertura sul sito qui, entrata 3 pound nel 2016.

Occhio ad aspettare l'autobus fuori, guardate bene l'orario, noi avevamo fatto male i calcoli e siamo rimaste 15 minuti a fare penitenza sotto la pioggia.

C'è un negozietto-baretto prima di arrivarci e tenetelo presente se venite investiti da un uragano di pioggia e mare come è successo a noi. Che stoiche abbiamo deciso di aspettare comunque l'autobus fuori, in mezzo alla strada. Non c'è una fermata/pensilina e ovviamente c'eravamo solo noi e l'acqua che ci flagellava da tutte le parti.

Pare che ci faranno anche un film basato sulla storia d'amore fra un prigioniero e una donna delle Orcadi.